Favola Bipolare

                                      la politica ai tempi della post-ideologia

 

 

 

 

 

4 Giugno

 

Ha finalmente giurato, con tante mani sul cuore, questo governo pappagallo.

 

Hai visto Elia?

 

V: Sogno che Gentiloni gliela suoni in testa la campanella!

 

Elia è mio figlio, e ha tre mesi.

E’ nato a mezzanotte, il 28 febbraio 2018, quando c’è stata quella strana nevicata, la quarta dopo quella del ‘56.  

Di lì a una settimana, sarebbe arrivato il voto del 4 marzo, al quale avrei partecipato con l’entusiasmo che solitamente coltivo per la liturgia elettorale e le esplorazioni guardinghe delle sezioni vicine, come in una specie di trincea.

Sono passati esattamente tre mesi.

In questo tempo mentre mi consacravo ai misteri della puericultura più spinta, seguivo anche la campagna elettorale e la successiva crisi governativa, con lo sport politico che preferisco: la chat.

 

V. è il babbo di Elia, lo saluto ogni mattina alle 08:30 mentre si avvia alla sua scrivania, che si trova a circa 30 km di autostrada da casa nostra, a Fuorigrotta, vicino lo stadio San Paolo, naturalmente a Napoli. Sulla sua tazza delle penne c’è un santino di Bartleby, quello di Melville, si.

Bè più grande di me, è per una metà messicana, per l’altra napoletana, ama il cioccolato, la mezcàl e la pizza. Ha la pazienza di un elefante.

 

Peccato Elia, peccato, siamo stati ad un passo dall’anarchia, eheh, che ridi, hai capito già tutto tu. Quando sono nata io c’era il secondo governo Craxi, pensa un po’.

 

7 Maggio

 

M: Oh, Mentana dice colloquio Di Maio-Salvini-Giorgetti

 

V: C’è pure lo stronzo solito, che si sente sagace a paragonare il governo al terzo scudetto del Napoli.

 

9 Maggio

 

B: Ragazzi, comunque vi confesso che ho in loop Childish Gambino. E’ un presagio.

 

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V: Bello? Abbiamo regalato il vinile a E. proprio ieri

 

B: Si, ma poi Childish fa una grande denuncia all’America razzista di Trump, e invece noi ci dobbiamo pure sorbire Liberato che canta l’amore a Mergellina.

 

V:  Non sopporto alimentare la tua americanofilia, però c’hai ragione.

Che poi pure l’amore a Mergellina può essere un fatto molto politico, poi lascia che Liberato powered by converse non lo è, ma questo è un altro discorso.

 

M: Resta che lo chansonnier più politico di cui godiamo in Italia al momento sia Bello Figo, poi dite quello che volete.

Anche tutta ‘sta letteratura sull’organizzazione di questo noisissimo live di Liberato, sempre a fare campagna elettorale becera,  e dai

 

B: Si *** è il Movimento 5 Stelle dell’organizzazione dei live, il nuovo che avanza!!1!

 

10 Maggio

 

B: Alla fine la loro incorruttibile morale, si è schiantata sulla cara e vecchia logica DC. Chiunque sia, basta che governiamo.

 

V: Ma sai, uno dei miei più grandi assilli storici è stabilire se l’Italia sia un paese di destra o democristiano

 

B: E quindi oggi come la vedi?

 

V: Oggi propendo per la destra.

 

11 Maggio

 

M: Buongiorno amici, oggi siamo repubblica delle banane o democrazia degli orsacchiotti?

 

B: Ho paura in qualità di negra, il governo si avvicina!

 

V: Non stavo così male dai tempi del secondo governo Berlusconi.

 

B: AH! io ho paura sia pure peggio, perché ne raccoglie tutti i difetti più l’odio cattivista, un capolavoro!

 

V: … certo ci fu la Bossi-Fini

c’era Scajola

Genova

Bolzaneto

la Gelmini ministra dell’istruzione.

 

B: Che tempi!

 

V: Erano anni di grande contestazione studentesca, ci fu lo sciopero generale, la CGIL era in formissima. (sad reaction from M.)

 

B: Silvio ridacci il nemico unico, la stabilità!

 

V: Ci sono cose di sinistra, anche molte, ma sono terribilmente frammentate (sad reaction from M.)

 

B: Che brutto, poi voi che avete un figlio insomma, non è il massimo per il futuro (grrr reaction from M.)

 

V: Forse è colpa dei social network, boh.

Non esistono più dimensioni corali?

 

B: Sì dai, in parte è anche vero, è come se gli interessi si siano moltiplicati grazie alla possibilità di specificarli e raggiungerli meglio. Non so.

 

V: Eh… altro che coscienza di classe. C’è lo spaesamento più generale.

 

B: Io stavo pensando a quando un tempo parlavo coi berlusconiani che vincevano per esempio, e oggi coi Cinquestelle, e trovo la differenza pure dentro di me. ( Like from M.)

 

 

Prima mi incazzavo, oggi non più

 

V: Eh, è vero. Drammatico

 

B: Cioè è proprio una resa.

 

M: Ragazzi scusate, ormai parlo solo per reactions. E’ difficile scrivere e allattare Elia in contemporanea :/

Comunque, questa cosa mi dà un’ulcera incredibile. Non riesco a smettere di rimurginarci, ma è mai possibile che uno deve farsi fare il dettato da gente di sessant’anni che prima, oh io qua Potere operaio, là Lotta continua, e poi, ma sai che odio i neri. Ah! si ma chissenefrega dell’antifascismo, se io non posso comprarmi le sigarette? Cioè stiamo a sti livelli. Si poi ci sono anche un sacco di giovani, ma mi fanno incazzare di meno (anche se non dovrebbero, maledetta empatia!), perchè me li immagino proprio poveramente come dei disadattati del nostro tempo postmoderno, e che hanno trovato nel pensiero unico (cioè sta stronzata nè destra nè sinistra) una forma di verità, quindi di religione. Hanno sostituito l’ideologia con una forma di religiosità, non è nemmeno tutta sta rivoluzione eh, ovviamente, retromarcia fascio. Ci sta, sta nei tempi, non mi sorprende assai. Ma i maledetti vecchi, com’è possibile, mi dà alla testa sta cosa!

 

V: Eh, regalo loro anche la terza via etc.

 

M: Quella è un’altra propaggine, si

 

11 Maggio

 

M: Contratto, Cittadini, madonna come li odio! Sto frasario unilaterale del cazzo. Mantenìteme!

 

B: Ahah, Buondì M. Dobbiamo iscriverci a un corso di yoga?

 

V: Direttamente meditazione, come Lynch.

 

 

V: Macron si è messo a scrivere status in italiano.

 

B: Si stanno cacando sotto o vorrà provare a conquistare lo stivale su cavallo bianco?

 

V: Lancia bacini a Renzi in vista delle europee, forse

 

B: Ma i commenti sotto il post di Beppe Grillo?

 

V:  Ahaha, cioè?

 

B: “Mandiamo a casa il POTERE ROSSO!!!”

 

V: Madonna. Se il PD è il potere rosso, ognuno vede le cose come cacchio gli pare, è saltato tutto.

 

M: La qualità ha rotto il cazzo, viva la merda, and so on (semicit + semicit)

 

12 Maggio

 

B: Auguri Mamma!

 

M: Eh! Grazie! Sono in un doppio stargate! Speriamo di non trasformarci in una distopia a la Handmaid’s tale tra qualche anno …

 

13 Maggio

 

B: Ah ragazzi, indovinate chi lo ha detto: “Stiamo scrivendo la storia, quindi ci vuole un po’ di tempo”, Gigi Di Maio o Martin Luther King?

 

V: Ahahahah

 

B: Me lo vedo anche *** dirlo dopo un live di Calcutta!

 

14 Maggio

 

V: Cazzarola mentre noi scrivevamo la storia, a Gaza un mattatoio.

 

M: Madonna, ma la faccenda dell’ambasciata?

 

B: Non credete anche voi ci sia un’accelerazione storica? Forse ci vuole una grande guerra …

 

V: Eh, come insegnavano i nostri nonni.

 

M: Solo che noi saremo dal lato sbagliato, come sempre.

 

 

B: Ma uscirà oggi il risultato di questo horror?

 

 

B: Dice Cancellato su Linkiesta che altro che populismo, che con la (quasi) flat tax, questi gialloverdi mascherati da rossobruni sono i nuovi thatcheriani, e che Friedman sarebbe fiero di loro. Quindi taglio alla spesa pubblica per finanziare “Quota 100” e alle detrazioni, e bonus vari. Classe media say goodbye

 

M: Sì ma continuate pure dico io, come se a sinistra fosse questo il nostro problema, sarebbero i bonus per l’acquisto dei mobili e la ristrutturazione? Ma chi se ne frega di comprarsi la casa. Cioè, i risparmi della classe media sono già volati per la finestra da tempo. Noi ad esempio, non possiamo comprare nemmanco i pannolini per Elia se non ci aiutano i nonni, non bastano bonus mamma e bebè. Siamo nell’era del mono-proletariato, o di un nuovo proletariato senza né prole, né lavoro però. Ci serve una nuova prospettiva colletiva a sinistra, che vada anche un po’ oltre questo pignisteo borghese dell’ascensore sociale bloccato.

 

16 Maggio

 

B: Ma quindi?

 

V: Vabbè è proprio aspettando Godot ormai.

 

M: Anche oggi la scriviamo domani la storia.

 

17 Maggio

 

V: Beccatevi il Contratto del Cambiamento!

 

M: Cristo

 

B: Ho letto ora … ma sulle prediche in italiano nei luoghi di culto non vado avanti.

 

V: Che gioiello!

 

M: Raimo aveva condiviso una cosa su l’inasprimento delle pene per i minorenni

 

B: Ma è una roba da manifestazioni di massa!

 

M: Vabè poi zero su mezzogiorno, donne e capitoletti sull’ambiente messi tipo gerani sulle balconate.

 

18 Maggio

 

M: Buongiorno a voi, e buon Ramadan dalla Ssc Napoli.

 

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V: Spettacolo!

 

B: Ma che belli!

 

M: “Io son stato marocchino, me l’han detto da bambino, viva viva o’ Senegàl!”

 

19 Maggio

 

B: «Alla sinistra occorre ora una strategia coordinata a livello europeo, nazionale e municipale, che sia capace di affrontare le grandi crisi del nostro tempo» chi lo ha detto?

 

V: La mamma di Salvini?

 

B: Ahah! Marsili quello di Diem-25 con Varoufakis.

 

M: Sì ho letto anche io l’intervista, oggi e domani ci stà la prima assemblea nazionale. Che magia, quattro giorni lavorativi ❤

 

V: Vai con l’eroina!

 

21 Maggio

 

B: Ma a proposito, chi è sto Conte?

 

V: Ma boh.

 

24 maggio

 

V: Novità dalle consultazioni?

 

M: No, solo Bonino che fa thug life.

 

 

B: Ragazzi ecco il toto ministri

 

V: Ecco, dicevamo io e M. chissà se con Salvini all’interno non ci saranno delle azioni repressive sugli spazi liberati a Napoli

 

M: Intanto mi fanno morire gli hashtag di Franceschini su twitter : #packing

 

V: Eh packing packing, tanto mo’ arriva Calderoli

 

28 Maggio

 

M: IMPEACHMENT ahah!

 

29 Maggio

 

B: Pronti per la guerra civile?

 

M: Per piacere, pure Salvini che adesso deve passare per drago machiavellico, fa ridere. E poi per carità se Pd, Leu, per non parlare di Pap, devono seguitare la Lega nella propaganda sulla questione su euro sì, euro no, possiamo anche abbonarci a 60 anni di monarchia gialloverde. A volte nei miei deliri meridiani mi piace pensare che se a quell’esame di Filosofia Morale sull’immunizzazione e la storia del sindacalismo, mi avessero fatto dire quello che volevo su Foster Wallace, invece di fare occhi al cielo, magari le cose sarebbero andate diversamente. Vedi, ad ignorarlo, poi il postmoderno ti si ripropone come meno piace a te, in forma di Renzi o di Cinquestelle per esempio.

 

V: “Ma quelli i leghisti sono tutti ex comunisti”

 

M: Eh, quelli scemi però.

 

 

V: “Si Barbara, no Barbara, impeachment Barbara!”

 

M: D’Urso > di Madame de Staël

 

 

V: So che eravate impazienti, Dibba ha appena aperto l’instagram dedicato al suo pericolosissimo viaggio ai margini del mondo, aka la California, per raccontarci il Cambiamento come un Renzi qualsiasi.

 

M: Ma si chiama ‘@lorizzontelontano’…

 

B: Alessandro Kerouac

 

V: “Buon viaggio, guerriero!”

 

M: Lo preferivo Guevarista con la shirt Bikkembergs

 

 

B: Ma è vera sta cosa dei mercati che ci insegnano a votà? Siamo nel comico ormai.

 

V: Chi ha bisogno di notizie vere, quando quelle fake sono molto più stimolanti, dico io.

 

B: Comunque sono dei mesi orrendi, sta sfuggendo la bussola a tutti.

 

V: Mah, volano le agenzie più strane, ieri sentivo un paio di giornalisti in tv, atleti del talk, costretti ad ammettere, quasi costernati, che ormai non ci stanno a capire più niente neanche loro.

 

M: Hai visto Massimo Coppola che risponde a Calenda su Twitter?

 

B: Stavo leggendo Serra. Oggi ha ragione anche lui.

 

M: Eh mi sa di sì, incredibile. Questo è l’hobbesianesimo imperante di cui parlavamo ieri.

                                                                        …

 

M: Ragazzi qua pare che Cottarelli sia fuggito dal Quirinale. Forse si parla di scioglimento delle camere!

 

V: Oh shit!

 

30 Maggio

 

B: E’ peggio della peggior mano di poker di Natale

 

V: Mattarella capo dell’universo se gli riesce il colpaccio!

 

31 Maggio

 

B: Ma si parla di Meloni alla difesa e Salvini all’interno? Wow. Se esce questo dal bussolotto possiamo anche dichiarare guerra alla Corea del Nord.

 

V: Si vola!

    

Domanda off topic.

Visto che si parla tanto di intelligenza artificiale, secondo voi quanto ci vorrà perché un computer vinca il premio Strega. O Sanremo?

 

M: Le finezze ai sottili, gli abissi ai profondi, come diceva Nietzsche 😛

 

B: Comunque vada sarà una merda. Pare ci sia una intervista di Scalfari a Veltroni in giro.

 

M: Uà. Manco fosse un bootleg rarissimo!

 

V: Già stiamo col metadone. Io sto diventando meno bravo a trovare i pdf di Repubblica, ma l’edizione di oggi?

 

B: Ma figurati … tanto comunque parlano di Fronte Repubblicano. O forse dirà che l’inferno non esiste.

 

V: Eheh, la svolta teologica era più interessante

 

1 Giugno

 

B: Ragazzi è stato bello, ma dopo aver letto il discorso di insediamento di Salvini ritorno al mio fronte anarchico puro

 

V: Ragazze facciamoli lavorare, siamo sempre i soliti!

 

B: Ma contro le coppie gay, dai, la famiglia so mammà e papà …

 

M: Pronti per la Spagna? Io ho già adocchiato un paio di casette in Andalusia

 

5 Giugno

 

M: Vi faccio la telecronaca del discorso di Conte al Senato?

 

B: C’è già l’esercito a presidiare palazzo Madama?

 

M: Allora, scrosci su immigrazione e legittima difesa

 

 

tiepidi su minoranze e corruzione, un Frankenstein terrificante

 

V: Madonna, ma non dovevano dare la caccia a tutti i corrotti?

 

B: Che bellezza

 

M: Attenzione standing ovation sulle mafie!

 

B: Che hanno detto?

 

M: Che combatteranno le mafie con ogni mezzo, e poi è partito l’urlo “fuori la mafia dallo stato!”

 

B: Ahahahahahahah!

 

 

M: Azz, conflitto di interessi

 

V: wow, quante emozioni

 

M: Show time!

 

 

B: Comunque, ormai qualsiasi cosa leggo è filtrata da un linguaggio a la Libero. E’ stato sdoganato da ogni parte questa specie di ruspese, come dire …

 

V: Smarmella tutto!

 

B: Poi, che ora i nostri rapporti migliori siano con Orban mi riempie di gioia. Hanno detto niente sul sindacalista ucciso?

 

M: Niente.

 

B: Fico invece recupera. Questi sono pazzi, è un maledetto governo bipolare

 

V: Date un ministero a Kanye!

 

6 Giugno

 

M: Avete letto la sparata webete sul discorso della Segre?

 

B: Ma io non capisco tutta questa rabbia da dove viene,  cioè non riesco a credere sia solo frustrazione sinceramente

 

V: Il poeta Gianni GiPi si espresse al riguardo:

“Forse viene dal fatto che, sono un coglione”

 

M: Infatti quando il cattivo si unisce allo stupido, è proprio un bel capolavoro.

 

B: Se il cattivo è Salvini, lo stupido è?

 

V: Giggino

 

M: Si, anzi ti dirò, per ritornare alla religiosità dei Cinquestelle a me ricordano proprio Ned Flanders, sta cosa dell’essere bacchettoni al limite della stupidità col fatto dei taxi o i voli di Stato, per esempio, rendiconto qua, restituisco là … oppure proprio il compagno di classe scemo, quello che studia tantissimissimo ma poi prende sempre 5 meno, oppure quello che fa la spia per mettersi dalla parte forte, dell’autorità. Lo scemo simpatizza sempre per il bullo (Salvini), e coltivano lo stesso sentimento di rancore misto a invidia. Anzi, spesso si fondono proprio in un unico tipo umano direi. Mi ha fatto morire Biani che ha disegnato Salvini tipo Superciuk.

 

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V: Uà ricordami

 

M: In Alan Ford è una specie di Robin Hood al contrario insopportabile, che ruba ai poveri per dare ai ricchi. Ovviamente la cosa paradossale è che Superciuk nella vita di tutti giorni fa l’operatore ecologico ed è un povero alcolizzato, epperò odia il degrado, la sporcizia e la gente delle periferie che lo costringe a lavorare continuamente. Quindi decide di dedicarsi a combattere la bruttezza della povertà, non tanto per un fatto politico, ma perché quello dei ricchi è un mondo bello, liscio, che si può facilmente decifrare con una logica binaria, e che livella ogni complessità, devianza e differenza. Quindi niente più coscienza di classe, ma Superciuk da straccione qual è anch’egli, si schiera nonostante se stesso dalla parte dei bulli, dei potenti, dei ricchi, dei mafiosi, degli evasori fiscali e discrimina tutti quelli che non si accordano a questo bel pensiero unico: gli immigrati stranieri, i portatori di handicap, gli omosessuali …

 

10 Giugno

 

V: Ma Trump al G7 che endorsa Conte?

 

M: Già, ma sta roba del mostro gramsciano non è che andava presa proprio alla lettera però eh 😥

 

 

B: Olè

 

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M: Che grande.

 

V: Ma visto che ormai l’indie è mainstream, non capisco perché Civati non possa essere capo del mondo.

 

 

B: Uddio ragazzi sto mentecatto ha chiuso i porti!

 

V: Ma che dici!

 

B: Sì, e ha chiesto a Malta di prenderli loro, perché “il buon Dio” ha messo Malta più vicina alla Libia. E pensa a quanti voti gli hanno fruttato ste povere persone, mannagg’!

 

V: Già, incredibile

 

G: Inoltre sono andata a vedere, Malta è più piccola di Brindisi, è completamente fuori di testa!

 

M: Eh sta provando a creare il casus belli, che infame che è

 

 

B: «Napoli è pronta, senza soldi, a salvare vite umane. Se un ministro senza cuore lascia morire in mare donne incinte, bambini, anziani, esseri umani, il porto di Napoli è pronto ad accoglierli».

Giggino quello vero, altro che quello là.

 

M: Tanto ammòre!

 

11 Giugno

 

V: Questi stanno ancora in mezzo al mare. Imbarazzo pure il sindaco Nogarin (Cinquestelle) che aveva messo un post che parlava di accoglienza a Livorno, e poi lo ha cancellato.

 

B: ‘Sto fatto che i loro sindaci non possano dire cosa pensano comunque pure è una merda, intanto Sanchez ha già dato la sua risposta.

Macron silenzio, Merkel silenzio, il Papa silenzio.

 

 

B: Zaia riprende a parlare di autonomia. Bene, che si autonomizzino altrove!

 

 

B: Avete letto il post di Di Maio? Mi arrendo a questa nuova lingua di presentazione delle cose

 

M: Mah! Ma poi che c’entra la Spagna, come fosse una vittoria italiana addirittura

 

V: Eh! Peraltro raggiungere Valencia è un viaggio assurdo

 

M: Appunto, allora perché non il Brasile. A ‘sto punto mandiamoli direttamente in Giappone!

 

B: Gliel’ha scritto l’avvocato Conte proprio

 

M: Già, a casa mia si chiama pezza a colori, caro Giggino

 

12 Giugno

 

V: Ragazze esiste un mondo dove Pep Guardiola ha donato 150mila euro per riparare la nave della ong catalana Proactiva Open Arms.

 

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B: : )

 

M:

Altro che Flat tax.

 

Elia nel frattempo si è addormentato.

 

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Diario di una Gravi/Danza 2

15 Dicembre 2017 – 10 Gennaio 2018

The system only dreams in total darkness

Prima di cominciare a parlare di questa nuova fase del mio racconto-esperienza sulla gravidanza e la pratica della danza, mi permetto un abbondante accento più personale del solito.

Ho voluto affidare così il compito di incipit al titolo di un pezzo che si trova a metà strada di Sleep Well Beast, il nuovo album dei The National (che è anche uno dei pochi dischi che riesco ad ascoltare in questo periodo di totale abulia musicale), e per due motivi.

Il primo, riguarda il fatto che questi mesi sono stati particolarmente oscuri per me, tanto sul piano affettivo e intellettuale, quanto su quello propriamente fisico.

Il mio ‘sistema’ però, per ritornare al principio, ha imparato a trovare la facoltà di rigenerarsi proprio nella notte più nera, nella più infernale delle malinconie; a prendere assieme alla sua bestia il tè coi pasticcini, se così mi è concesso di esprimermi.

Anche se non si tratta, come potrebbe pensare un lettore distratto, di uno spleen indolente, quanto piuttosto, di una tenacia militante.

Su questo posso essere molto permalosa.

Le scoperte migliori le ho sempre rivelate nella peggiore delle tempeste. Per cui con il mio corpo in pezzi posso preparare un’ottima cena e con le mie idee fisse ci sollevo le montagne.

Non ho paura di perdermi nel bosco, anche se ho paura di morire, come tutti.

Di conseguenza faccio fatica a comprendere quei trend newage sulla resilienza, e provo una certa insofferenza per qualsiasi forma di assertività, che interpreto sempre come una declinazione borghese di ignavia. Come a dire, una mancanza di immaginazione.

Alla perseveranza della formica, preferisco il coraggio della cicala.

Alla deferenza del mulo, la collera del toro ferito e umiliato.

Insomma, l’antifona infondo molto semplice, che mi preme passare, è che il punto non consiste nel dissimulare le paure, ma nel trasformarle in qualcosa di nuovo. Il punto non è evitare lo scontro, evitare il conflitto, ma attraversarlo, perdendolo anche più volte se necessario.

Il secondo, riguarda il mio rapporto con la musica, che è primigenio e generativo rispetto a quello con la danza. E riguarda il fatto che questa rappresenta per me il modello di un amore non corrisposto, di un riconoscimento mancato.

Il solco di una cicatrice dolorosa, e che tuttavia mi permette sempre di ricordare una lezione fondamentale: al mondo esistono due categorie di persone, coloro che si approfittano della mia bontà, e coloro che si approfittano della mia intelligenza. Di questi due tipi umani i secondi sono certamente i più insopportabili.

Tutto ciò non è affatto accessorio nella mia esperienza di gravidanza perchè segna il battito del mio cuore, dei miei piedi sulla terra, e il suono del mio respiro e la forma del mio corpo. E mi permette di riprendere il racconto lasciato in sospeso a partire dal suo secondo asse. Ovvero mio padre e la scoperta della musica.

Questa è avvenuta ben prima della danza, e differentemente da essa, in modo del tutto ludico e completamente analfabeta.

Contrariamente a quanto forse ho lasciato immaginare, tuttavia non fu mio padre ad ispirare la mia curiosità musicale. O forse lo è stato, ma non in maniera diretta, liscia e volontaria, bensì profondamente conflittuale e oppositiva.

Mio padre non ama la musica, ma ama il suo strumento, il basso. E lo usa in maniera del tutto psicotica, come fosse un’estensione del suo corpo, ovvero un feticcio. Lo strumento basso è per così dire la sua Cosa¹, come direbbe un antipatico e vanitoso psicoanalista francese.

Di conseguenza ha familiarizzato con quel tipo di jazz così orribilmente in voga negli anni ‘80,  pieno di monologhi maniacali dello strumento, qualsiasi esso sia. Sicuramente geniale, ma anche, per me, estremamente noioso se non addirittura mortifero. Ma davvero c’è qualcuno che ha la pelle d’oca su 25 minuti di batterie di Tullio De Piscopo?

Si dai, lo so.

Mio padre ad ogni modo non è un musicista professionista, ha lavorato come impiegato delle autostrade, salvo poi perdere il lavoro circa 20 anni fa, non so precisamente per quale motivo, ma sospetto che il suo disturbo bipolare abbia avuto una qualche rilevanza.

Così come l’ha avuta nella nostra dinamica familiare.

Questa condizione clinica è probabilmente all’origine della sua sostanziale incapacità di provare empatia per il prossimo e di utilizzare la lingua come uno strumento di trasformazione o quantomeno di dialogo (non a caso), che riconosca cioè un Altro con cui organizzare un rapporto. Vive quindi una cecità che gli impedisce di stabilire una relazione simbolica con il mondo.

Per cui anche il suo rapporto con me non è mai potuto essere quello che la funzione paterna tradizionalmente prevede. Ovvero, mio padre è stato per me più una sorta di fratello maggiore tiranno e ingombrante, che ha fatto di mia madre, la sua personalissima madre, trattenendo per sé tutto quello che avrebbe dovuto essere destinato a me. Questo fatto lo rende un perfetto Edipo, e fa di me una insofferente Antigone post-litteram.

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Edipo cieco e Antigone

Il conflitto tra me e mio padre ha assunto per moltissimi anni una forma latente, puntellandosi di indifferenza e la ricerca (sua) di una pietà assistenziale da parte mia, relegando in generale ogni figura femminile ad un ruolo materno, preteso come passivo e remissivo. Questo credo sia dipeso anche dal cattivo esempio assorbito dal suo romanzo familiare originario, colpevolmente bigotto e ignorante in questo senso.

Si può dire che mi sono avvicinata alla musica all’età di tre anni, attraverso il migliore strumento che avessi a disposizione: il mio corpo, cioè la mia voce.

Passavo spesso le giornate cantando e musicando filastrocche improvvisate sul momento o vecchi canti di guerra appresi da mio nonno paterno. Il gioco che preferivo in assoluto consisteva nel combinare le classiche canzoncine che le maestre di tanto in tanto insegnavano ai bambini d’asilo, a delle melodie sempre nuove, un divertimento incomprensibile ai più, che mi faceva guadagnare un rimprovero fisso: “Stai sbagliando, Mara!”

Ad ogni modo nessuno si accorse di questo mio desiderio musicale, oppure fui forse io a nasconderlo abilmente, chi può dirlo.

Tant’è che fui iniziata all’educazione che meglio si confaceva ad un classico stereotipo di genere, ovvero la scuola di danza.

Ma questa parte della storia l’ho già raccontata.

Dopo anni di ascolti ‘forzati’ tra jazz fusion in casa e compositori classici durante le mie lezioni di balletto (seppur con qualche piacevole, per quanto rara concessione a Battisti, Mina e Tenco) la pubertà portò con sé due scoperte brucianti: un disco rosso col numero 1 in copertina, che acquistai rigorosamente in copia contraffatta da uno spacciatore nero che conduceva i suoi negozi sotto i porticati di un famoso istituto di credito della mia città; e un cd-rom pieno di graffi scovato sulla scrivania del fratello maggiore della mia vicina di casa, con una scritta in uniposca nero, un po’ rovinata. Nirvana.

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One, antologia pubblicata nel 2000 per il trentennale dello scioglimento della band.

La mia vicina di casa si chiamava E. aveva la mia età, ed era la quarta di sette fratelli, di una famiglia estremamente religiosa e caotica. In qualche modo mi persuase ad accompagnarla alle riunioni dell’azione cattolica di cui faceva parte, con la promessa di cantare qualche inno natalizio al coro della chiesa, mentre mi raccontava dei suoi primi baci con i ragazzi.

Ma me ne stancai dopo due settimane.

Così a 15 anni decisi di imparare a suonare la chitarra quel po’ che mi consentisse di cantare qualcosa. Cosa che feci con una Eko acustica nera che mio padre aveva in casa, e lo feci in una maniera del tutto autodidatta e quasi carbonara. Anche perché quando mi capitava di essere vista dai miei genitori due erano di solito le reazioni possibili: mia madre alzava il sopracciglio in tono di rimprovero richiamandomi ad attività più consone e soprattutto allo studio, del greco, del latino, della storia … poco importa; mio padre la cui condizione clinica all’epoca cominciava drasticamente a peggiorare, mi guardava dall’orizzonte di un abisso, pensando ad altro, o a qualche sua paranoia del momento.

Per tutta l’adolescenza ebbi grandi difficoltà a trovare corrispondenza fra le ragazze di questa mia  passione per il rock n’ roll, per cui vivevo in una sostanziale solitudine da freak cui posi rimedio facendo amicizia con dei ragazzi di qualche anno più grandi di me, con la mia stessa passione per la musica. Passai quindi molti pomeriggi facendo da uditore appassionato e membro ombra, senza strumento (qualcuno ha detto pene?) delle loro avventure musicali con la band liceale, ammirandoli e ‘invidiandoli’ molto. Pur di seguire le loro prove ero capace di imprese devo dire notevoli, come studiare Kant o Sofocle, mentre si provava lo stesso stacco di batteria per la dodicesima volta, concedendo qualcosa al mio Super Io. Tra questi ragazzi vi erano quelle che sarebbero state alcune tra le persone più importanti della mia vita. Un cugino al quale sono affezionata fraternamente, il mio primo amore, amico e nemico fedele, e infine, il mio attuale compagno e padre del mio bambino.

Difficile dire con precisione perché non venissi coinvolta attivamente, ma nel corso degli anni ho maturato alcune ipotesi.

Può darsi che la mia timidezza e l’approccio decisamente punk o naif allo strumento (per me del tutto accessorio al canto e alla canzone) non si incontrasse con quel desiderio muscolare tipico di molti adolescenti, che si traduceva in musica come fosse una prova da pavone maschio in amore, il che naturalmente necessitava di una femmina grigia che ne stesse ad osservare e ascoltare la meravigliosa palette di colori e ultrasuoni.

L’avete mai visto il pavone femmina? Sembra un piccione gigante.

E io tra i miei desideri non coltivavo certamente quello di essere un piccione gigante.

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Quindi me ne sono stata per tutta la giovinezza a suonarmi da sola qualche canzone da poter cantare quando mia madre non c’era, e mio padre già non viveva più con noi. Questa condizione di solitudine musicale (e non solo) involontaria mi ha condotto ad una profonda malinconia, che decisi in parte, di riscattare, in parte di rivendicare.

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Icona di Carmen

E’ stato dopo il liceo, all’alba di un altro grande tormento superegoico: l’università, che ho scoperto la danza orientale, per puro caso, grazie ad una bellissima fotografia di Carmen. Si fletteva su se stessa come un gatto, vestita di monetine luccicanti e una spada poggiata sul ventre a difesa e gioiello del proprio corpo, come fosse un’amazzone, piena di forza, grazia e coraggio. Una specie di Uma Thurman mediorientale. Comprensibilmente, me ne innamorai all’istante.

Così ricominciai a far cantare il corpo con un piacere del tutto inedito per me, quello cioè di una condivisione gentile e mai competitiva, e di un riconoscimento soggettivo, non normato in maniera trascendentale, e all’interno di una collettività aperta fatta di corpi rivoluzionari.

Oggi mi ritrovo ancora a danzare con Carmen,  i diversi pacchetti di angoscia e carne che premono sul mio diaframma, nei suoi seminari di danze tzigane. Sono all’ottavo mese di gravidanza.

I cambiamenti fisici in questo ultimo trimestre sono stati rapidissimi e intensi, e sempre questionanti, mettendo cioè continuamente e radicalmente tutto in discussione.

Non farò quindi alcuna retorica su corpi armonici positivi, a meno che non intendiamo l’armonia come il risultato di un conflitto negativo risonante all’interno di uno stesso corpo. Ed è esattamente quello che intendevo dire con la storiella del mio rapporto infantile e giovanile con la musica, con il corpo e con la mia famiglia. Mi si dirà che bisogna essere nietzscheani per pensare queste cose. Beh, lo spero davvero!

Quello che mi interessa e su cui non posso fare a meno di ritornare è come questo conflitto possa portare non a una ripetizione del conflitto stesso inteso come scontro dialettico rivelatore, quanto piuttosto ad una logica della trasformazione.

L’esperienza della gravidanza anche dal punto di vista propriamente fisico non fa altro che ricordarmi questo desiderio, che è la cifra del corpo femminile in particolare, ovvero un corpo che trasforma la materia e che è esso stesso in derivazione continua. Questo porta con sé inevitabilmente la messa in discussione di un principio che regola e produce tanto il territorio del politico quanto quello della conoscenza, ovvero il rifiuto di una Legge che si fonda sulla dicotomia chiusa tra significato/significante², ma che riconosca un Altro continuo e radicale, in costante trasformazione alla base del processo di soggettivazione.


Con le compagne di danze tzigane russe a sostegno del Piano femminista di Non Una Di Meno durante la giornata mondiale contro la violenza sulle donne del 25 Novembre 2017


Le danze tzigane mi appassionano per tutti questi motivi messi assieme: perché la danza e la musica meravigliosamente analfabeta dei popoli rom, in fondo non chiede altro che questo, il riconoscimento, per tramite di quella alterità radicale che sfida e mette in discussione la Legge, come fa Antigone.

Per concludere sulle mie percezioni fisiche, dirò che ultimamente assomiglio ad un buco nero super massiccio.

La mia pancia gravida è diventata una specie di orizzonte degli eventi, sotto la sua curva c’è qualcosa che non riesco più a vedere, e che risucchia la materia e la realtà schiacciandola in una densità infinita.

Questa tensione, questa curva è quello che abito in questo periodo, e che nella danza diventa corpo continuamente eccedente.

Vedremo il prossimo mese cosa comporterà la sua esplosione.

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                                         The system only dreams in total darkness

 

 1. Lo psicoanlista francese Jacques Lacan lavora sul concetto di Cosa nel Seminario VII nel 1960, l’idea deriva principalmente da Freud, nel suo Progetto per una Psicologia del 1895, in cui la Cosa, Das Ding, segna il luogo di un godimento originario del soggetto, di un’esperienza di soddisfacimento senza mancanza, senza limite, destinato ad essere perduto. L’azione del linguaggio, del Simbolico, secondo Lacan svuota la Cosa, la negativizza e accende la meccanica del desiderio. Ecco perché lo psicotico nel tentativo di eludere questa separazione, per usare un’espressione di Lacan,  afferma una libertà assoluta e «porta la Cosa in tasca.»

 2. Secondo la topologia lacaniana la Legge si istituisce attraverso il Significante dei significanti, Il Nome del Padre, che segna l’ingresso del soggetto nel campo del Simbolico, cioè del linguaggio, e ne regola i rapporti tra Immaginario e Reale, gli altri due registri del soggetto. Coerentemente al suo passaggio da un’ispirazione hegeliana (Kojève) prima e saussuriana poi, Lacan subordina la parole (il soggetto) alla langue (il linguaggio inteso come codice). Lo strutturalismo, che vede in Lacan il suo alfiere psicoanalitico, ha cercato di portare avanti una teoria del segno presentata come una semiologia generale, laddove a regnare è una cultura piuttosto testualista del segno, inchiodato su una dicotomia chiusa tra un significante/ percettivo e un significato/concettuale. Il merito di alcuni autori post-strutturalisti, tra cui Gilles Deleuze, sta nell’aver colto la possibilità di una trans-semiotica una teoria del segno che comporta pezzi di lingua e pezzi di realtà. Per svilupparla si servirà dell’approccio semiotico anti-testualista di Hjelsmlev, della teoria degli affetti di Spinoza, della logica di Pierce. Il segno e la lingua come processo di infinitizzazione, da cui sul piano del politico le possibilità rivoluzionare di un soggetto in trasformazione, in divenire, in derivazione.

  Diario di una Gravi/Danza

                                                                                                                       16 Ottobre 2017

Comincio questo diario come registro ‘a caldo’ delle trasformazioni del mio corpo durante il periodo della gravidanza che sto vivendo dal mese di Giugno, e delle sensazioni ad essa legate durante la pratica della danza.

Fare questo lavoro non mi è affatto semplice, e richiede più di qualche smascheramento per lasciare cadere la barriera della vergogna, che nel mio caso è un inibitore velenoso e quasi onnipotente. Ad esempio, è sintomatico e rivelatore, ancora oggi, dopo anni e anni di scrittura al pc, che le mie mani producano una capriola disgrafica componendo il verbo copro in luogo della parola corpo, circa otto volte su dieci.

Scrivo queste righe quindi, su gentile richiesta e in forma di dono verso Carmen Famiglietti, maestra, amica e madre nell’arte della danza orientale (ma forse è l’ennesimo dono che lei ha fatto a me). Donna alla quale devo molti successi nella battaglia mondana, e nella guerra costante che si produce all’interno della mia persona.

E’ da un anno o poco più che ho ripreso a danzare come pratica più o meno costante, e con questo intendo almeno una volta alla settimana, dopo circa sette anni di totale abbandono.

La storia del mio rapporto con la danza è una storia antica, ed equivale alla storia del mio corpo, e a sua volta, alla storia del mio corpo con la musica, e delle frustrazioni di carattere sociale, familiare, politico e sessuale di cui si è fatto strumento, ovvero della sua lotta per liberarsene.

Il mio primo contatto con la danza è stato all’età di cinque anni, e fu il più classico, letteralmente, dei contatti: quello con calzamaglie, notturni di Chopin, sbarra, e forcine per capelli.

 

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La danza delle Ore, da Fantasia di Walt Disney del 1940

Non me lo ricordo, ma mia madre racconta che fu un mio desiderio esplicito quello di cominciare le lezioni di danza classica, cui lei, mia madre, vi si piegò condiscendente, perchè non turbava, anzi rafforzava, quella sua certa idea di ‘educazione femminile’ dal sapore cortese cui ambiva elevarmi.

E poi perché negli anni Novanta del secolo scorso era buona norma nella piccola borghesia della mia città che i bambini facessero una qualche attività “sportiva” al barbaro grido di “devi socializzare!”. Questa visione materna dall’ideale femminile vittoriano implicava naturalmente un giudizio marziale, costante, impietoso, e sprezzante. Non perchè mia madre avesse un qualche interesse nella forma d’arte del balletto classico, o per l’arte nella sua varietà, anzi, ma più in generale aveva fatto del mio corpo, il laboratorio di un riscatto personale che escludeva qualsiasi fallimento, pena rifiuto e dannazione perpetua.

Esperimento che per la verità si dispiegava con agilità anche senza ricorrere all’espediente della danza, ma fu un’esperienza iniziatica che ha avuto il pregio storiografico di lasciare a galla il resto solido di questa drammatizzazione, ovvero il mio corpo.

Le mie lezioni andavano bene ed ero considerata un’allieva particolarmente dotata, così non ci misi molto ad attirarmi le antipatie delle bambine meno promettenti di me, la qual cosa mi provocava forti attacchi di ansia e conati di vomito, legati ad un fortissimo senso di colpa dovuto alla consapevolezza che questi risultati positivi erano raggiunti per giunta, senza grandi sforzi.

Non volevo essere brava, volevo solo che le altre bambine (e mia madre) mi accettassero. Per cui escogitai uno stratagemma criminale che avrei applicato anche successivamente nella mia vita futura: in cambio d’amore avrei castrato le mie capacità.

Tuttavia, come era prevedibile non solo questo trucco non sortì l’effetto sperato, bensì produsse una reazione opposta di repulsione, che per giunta sembrava destinata a crescere in maniera esponenziale.

In altre parole, più cercavo di rifiutare la competizione e il giudizio di cui il mio corpo era fatto prigioniero, più le maglie che lo imprigionavano si riproducevano espandendosi, con la beffa ulteriore di un’autopunizione che avevo imparato a maneggiare come un coltellino a serramanico.

Per fortuna andavo abbastanza male a scuola, per cui il fatto che non volessi più seguire le lezioni di danza fu accolto con un’alzata di spalle, perchè va bene l’arte come forma di educazione al bon ton di una giovane ragazza della provincia, ma mai sacrificare questo vezzo all’altare del profitto scolastico. Vale a dire mai sacrificare il vero dovere, quello puramente intellettuale, alle capacità e i desideri del corpo. Ma questa è un’altra storia.

La cosa che vale la pena sottolineare a questo punto, è la formula magica con la quale mi liberai dei mal di pancia e delle mie lezioni di danza classica: «Non voglio più andarci, perché già so ballare!».

Glorioso exploit di orgoglio e arroganza che la mia mente bambina aveva elaborato per affermare la sua forza di volontà e frantumare quel giudizio di subordinazione che aveva essa stessa introiettato e imparato a riprodurre così umilmente. Un dispositivo di salvezza che solo più in là negli anni avrei cominciato a manovrare senza brutalizzazioni (più o meno).

Per ora fermo qui il mio racconto, ma lo riprenderò nei prossimi aggiornamenti, fino ad arrivare a raccontare di come e quando ho conosciuto la danza orientale.

Lascio perciò spazio ai primi appunti fisici sulla danza del mio corpo, durante gravidanza che sto vivendo, adesso che siamo in Ottobre, al quinto mese.

Fino a qualche mese fa la gravidanza era l’ultimo dei miei pensieri e certamente non in cima alla lista dei miei desideri, né mai avrei immaginato di trovarmici catapultata dentro tutto d’un tratto, come al suono d’una campana. Eppure è andata precisamente in questo modo.

Lo scorso anno ho cominciato a seguire un ciclo di incontri mensili tenuti da Carmen sulle danze tzigane, in particolare quelle turco-rom, caratterizzate da quei tempi in 9/8 così inusuali al nostro orecchio, e quelle russe, dalle magnifiche melodie minori che ricordano tanto anche nel canto, alcune sonorità tipicamente napoletane.

Ad alcuni di questi incontri, quelli a partire dal mese di Giugno, comprese altre esperienze extra, vi ho preso parte senza sapere che in realtà il mio bambino aveva già creato il suo spazio dentro di me.

Non mi sento di segnalare particolari sensazioni fisiche legate a quei primissimi tempi, se non quelle riferite ad una nausea e una scarsa riserva di energie, per me all’epoca inspiegabili. Riguardo invece alla percezione psicologica del mio corpo durante questi primi incontri, si trattava di ri-accordare come un vecchio strumento rimasto un po’ a prendere polvere, e quindi di aggiornarlo.

Durante lo scorso inverno ho avuto una breve esperienza di danza contemporanea sulle tecniche release e contact, di cui ho conosciuto i primissimi rudimenti, questo per rispondere ad alcune domande che tanto la danza classica quanto parzialmente quella orientale avevano lasciato irrisolte, come ad esempio l’uso dinamico dei pesi, e la capacità del corpo di organizzarsi organicamente in base alle forze che esso produce o che agiscono su di esso nello spazio-tempo. Una volta avuto modo di riflettere su questo tipo di input, su cui comunque costantemente mi rimando, ho sentito la necessità di ritornare ad una casa più calda, originaria ed elementare, quella appunto del ramo delle danze orientali e tzigane, nelle quali il mio corpo ritrova un nutrimento corroborante e vitale, guarda caso proprio come il latte materno.

Questo riavvolgimento è capitato perché per risolvere i conflitti che il corpo produce danzando come vorrebbe la tecnica contemporanea, bisogna confrontarsi con quelli che contemporaneamente riproduce la nostra mente, e quindi con il linguaggio con cui si dispiega o si camuffa il nostro pensiero.

 

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Saintes Marie de la Mer, Francia, dove si tiene uno dei più grandi raduni dei popoli nomadi d’Europa. Foto di Mario Rota da National Geographic Italia

Le danze orientali e quelle tzigane hanno in comune due aspetti per me fondamentali nell’economia della percezione del corpo in lotta, ed in particolare del corpo femminile, che vale la pena ricordare anche se brevemente. Il primo riguarda l’affermazione positiva di un corpo erotico, di un corpo che gioisce del suo desiderio affermativo e vitale, nella sua piena potenza di forme e pesi. Un aspetto, quello erotico, del tutto assente nel balletto classico e nella eterea estetica neoplatonica dei corpi ad esso legata, se non sotto macchinose e censoree sovra-rappresentazioni, in cui ritroviamo invece la costante enfatizzazione della sofferenza e del sacrificio femminile, sottolineata dalla figura maschile. Il secondo riguarda il valore sovversivo di queste danze, non solo sotto un profilo erotico/vitale, ma anche conseguentemente, politico, come bene dimostrano le danze tzigane, laddove l’identità del corpo e del popolo, viene battuta, scalciata, dichiarata, e soprattutto presa in giro, continuamente.

Il corpo della donna nelle danze di matrice popolare, che si richiamano ai corpi e ai movimenti della natura, è pertanto un corpo in costante ri-evoluzione, e questo lo sapeva molto bene Isadora Duncan, che aprì agli inizi del ‘900 la strada alla rivoluzione della danza moderna portata avanti da Martha Graham e Doris Humphrey.

Se mi soffermo sulla parola gravidanza, è curioso come figurativamente risulti dall’unione di altre due parole, cioè ‘gravi’ e ‘danza’, ovvero letteralmente, una danza dei pesi.

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Illustrazione di Federica Bordoni

Può sembrare paradossale, ma è stato proprio quando il mio utero ha cominciato ad espandersi, in questi ultimi due mesi, togliendo spazio agli organi vitali, che ho avuto modo di considerare questo spazio sottratto, come piuttosto uno spazio aggiunto.

Chi mi conosce, sa che posso considerarmi, non senza imbarazzo, una persona estremamente ansiosa, per cui sono abituata a sottrarmi aria, spazio e tempo, e questo accade conseguentemente anche nella danza.

Con la gravidanza il corpo detta delle necessità, certamente, ma queste non sono affatto in conflitto con l’identità e i desideri del nostro corpo, anzi lo arricchiscono aprendo nuovi spazi, e nuove possibilità di movimento. Ho imparato a capire ad esempio, che fermarsi è importante almeno quanto muoversi, nella danza come nella gravidanza, perchè è proprio da questa alternanza di tempi che nasce la dinamica dei corpi e dei pesi.

Quindi ciò che può risultare macchinoso da sentire in un corpo ’normale’, risulta invece come necessità di rivoluzione in un corpo ‘alterato’.

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Io a Napoli durante un workshop di Natalia Bonanese. Foto di Gaiapics

                                                                   

Il mio pancione sicuramente rende difficile ricreare l’equilibrio di prima, perché il baricentro si è spostato, creando però una nuova geometria, e con essa nuove forme di movimento, nuove possibilità di spazio.

Così anche il rapporto con la gravità e l’uso del peso del proprio corpo in maniera organica, come previsto dalle tecniche contemporanee, è molto più facilmente percepibile in questa condizione di alterazione.

Ne consegue che la tradizionale vulgata che tende ad assimilare la donna gravida ad un animale malato, inabile, e quindi a riprodurre ancora la sua subordinazione ad un codice normativo unico, è del tutto errata e infame.

Vi lascio per ora, con una frase che la magnifica Isadora Duncan pronunciò in una conferenza stampa, poco dopo aver scoperto di essere in attesa del suo primo figlio, e in aperta polemica con il suo turbolento e insofferente compagno dell’epoca:

“Ogni donna può allevare da sola i propri figli. Il matrimonio è inutile. E la fecondità è un dono da vivere senza alcuna implicazione giuridica”.

Le costò caro, ma ancora oggi le sono grata.

 

 

El sonido del Venezuela: musica e politica nel paese della rivoluzione bolivariana

Me ne stavo in questi giorni inesorabili d’estate, intenta a rimuginare continuamente su di un fatto.

Un fatto che risultava darmi una noia tutta particolare, come certi frontini imposti alle giovani frangie meridionali negli anni novanta.

Ebbene, il fatto consisteva in una fiacca ridda monocorde su quanto tuttora accade nella politica interna del Venezuela. Ovvero, la maniera horribilis tutta contemporanea, da parte della stragrande maggioranza dei media occidentali, con cui si offre alla popolazione di mezzo mondo tutto un frasario emergenziale, quasi terroristico, con cui assemblare giochi logico-linguistici di pronto soccorso verso il suprematismo (ciao Donald) di una certa specifica, unilaterale, forma di democrazia.

Senza con ciò voler affatto minimizzare la drammatica crisi interna venezuelana, ma anzi per volerne meglio capire le fondamenta.

Mentre queste lagne insistenti tormentavano i miei pensieri, ecco presentarsi d’improvviso una soluzione creativa: ho pensato di liberarmi di questo misfatto inventando anche io un gioco. Un gioco in grado di restituire una forma armonica tale da riappacificarmi con la storia e le identità di uno dei paesi più controversi del grande Sud del mondo, così da meglio ritornare sulle sue vicissitudini politiche ed economiche. Il gioco è stato sostanzialmente semplice, per deviazione melomane personale, non ho trovato migliore strategia che quella di interrogare la musica di quei luoghi.

Che musica fanno i venezuelani? Che cosa ascoltano oggi? Esiste il rock n’ roll in Venezuela?

Cominciamo dal principio, più o meno.
Prima dell’arrivo di Colombo e la conseguente massiccia colonizzazione ispanica a partire dagli anni venti del Cinquecento, le popolazioni indigene venezuelane erano composte da due principali gruppi etnici, gli Aruachi e i Caribe. Costoro vivevano prevalentemente di caccia e agricoltura in piccoli villaggi sparsi lungo le rive del fiume Orinoco. Proprio qui nei Llaneros, le savane a nord del bacino del fiume, la regione dove avrebbero poi trovato posto le trivelle petrolifere, si comincia a diffondere a partire dal Settecento il termine joropo, ovvero “festa”, che stava a indicare un particolare insieme di danze e musiche, che ancora oggi rappresentano una delle espressioni più sentite della musica tradizionale venezuelana, con le sue radici nella musica creola a testimonianza della fusione non solo sonora, tra indigeni, africani ed europei nell’immaginario del popolo venezuelano. Tanto che nel 2014 lo joropo è stato dichiarato Patrimonio Culturale della Nazione.

Si tratta solitamente di un canto accompagnato da arpa, cuatro, bandola oriental, mandolino, chitarra e talvolta accordion, dove la melodia si costruisce su un tipico andamento percussivo e tagliente degli strumenti a corde a cui si aggiungono le maracas, come unico strumento a percussione. Tra i principali interpreti che hanno contribuito alla diffusione dello joropo ricordiamo Juan Vicente Torrealba, Ignacio Figueredo, Eneas Perdomo e Angel Custodio Loyola. C’è anche una particolare versione orchestrale dello joropo più famoso del Venezuela, Alma Llanera, una sorta di inno non ufficiale venezuelano, eseguita dall’Orchestra Giovanile del Venezuela Simòn Bolìvar e diretta da Gustavo Dudamel.

Per chi non lo conoscesse, Gustavo Dudamel – classe 1981 – è una giovane bandiera della musica classica venezuelana, formatosi come violinista grazie al progetto didattico musicale El Sistema, promosso da Josè Antonio Abreu. All’età di 23 anni vince il concorso per giovani direttori d’orchestra “Gustav Mahler” e oggi vanta nella sua carriera la direzione di numerose orchestre, tra cui l’Orchestra Nazionale del Venezuela, la Philharmonia Orchestra di Londra, e la Los Angeles Philharmonic. Qualcuno lo ricorderà anche per la direzione dell’ultimo concerto di Capodanno a Vienna, e una serie tv statunitense Mozart in the Jungle, il cui protagonista Rodrigo, è un eccentrico ed esotico direttore d’orchestra ispirato al giovane talento venezuelano.

La musica classica venezuelana, e oserei dire mondiale, deve moltissimo al coraggioso progetto di Abreu. Dal 1975 El Sistema permette da più di quarant’anni ai bambini di ogni ceto sociale l’accesso libero e gratuito ad un’alta formazione musicale, pubblica e gestita da un organismo statale, la Fundación del Estado para el Sistema Nacional de las Orquestas Juveniles e Infantiles de Venezuela, che con 180 nuclei operativi sul territorio venezuelano promuove 125 orchestre e cori giovanili, 30 orchestre sinfoniche, per un totale che conta più di 350.000 studenti. La cosa curiosa, che la dice tutta a mio avviso, è che la Fondazione non afferisce, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, al Ministero della Cultura, bensì a quello della Salute e della Famiglia: la musica è diventata per i giovani venezuelani una questione di welfare e un diritto costituzionale.

Perché questo aspetto è così importante? Perché il Venezuela è un paese estremamente giovane, l’età media si aggira intorno ai 25 anni, e perché la stragrande maggioranza dei bambini che accedono a El Sistema proviene dalle zone più povere del Venezuela e dai barrios di Caracas, i quartieri piramide composti da casotti di mattoncini rossi arroccati sulle montagne che circondano la città, dove vive la classe lavoratrice. Si è trattato di una vero e proprio riscatto intellettuale e culturale. La rottura della barriera elitaria ha permesso a molti giovani di trovare nella musica un linguaggio in grado non solo di cambiare la propria vita, ma letteralmente di salvarla. A Caracas c’è uno dei più alti tassi di omicidi al mondo, e non c’è dubbio alcuno che avere per le strade eserciti di ragazzini che invece di sniffare colla o maneggiare armi, brandiscono violini, è una gran bella rivoluzione.

Verso la metà degli anni duemila, in pieno periodo chavista, si sono formate anche delle orchestre penitenziarie in collaborazione con il Ministero degli Interni e della Giustizia. L’inclusione è il tratto distintivo dello spirito che anima El Sistema accogliendo ragazzi con diverse forme di handicap, dalla cecità all’autismo. Esiste persino uno specialissimo coro di mani bianche che danzano sulla musica attraverso la lingua dei segni.  Non è un caso che il motto che riecheggia per le scuole de El Sistema sia “Tocar y luchar”, ovvero suonare e lottare, inciso sul retro di una piccola medaglia con un violino, tenuta al collo dai nastri gialli, rossi e blu della bandiera venezuelana, che ogni piccolo musicista indossa con orgoglio durante i concerti. Questo miracolo è possibile anche grazie al fatto che i giovani musicisti una volta entrati in un’orchestra percepiscono uno stipendio che permette loro di creare grazie alla musica un valore reale nell’economia familiare. La visione di Abreu funziona, e funziona anche perché è la sua figura a caricarsi di un furore quasi messianico – sembra facile quasi immaginarselo a dirigere qualche vecchia scuola filosofica della Magna Grecia – innamorando personalità di spicco della classica internazionale quali, Claudio Abbado, Simon Rattle, Placido Domingo.

Nel documentario Tocar y Luchar del 2004 diretto da Alberto Arvelo, si può ascoltare Abreu parlare dell’orchestra come il prototipo di una sorta di società ideale, dove ciascuno concorre ad un lavoro organico di concertazione e di dialogo costante con il gruppo, volto alla creazione attraverso la musica, di qualcosa in grado di rivoluzionare continuamente tanto chi l’ascolta quanto chi la esegue. La musica classica in Venezuela non ha nulla a che fare con l’intrattenimento, né con i ligi studi solipsistici e borghesi a cui il nostro retaggio culturale europeo è abituato a immaginare. I bambini sono costantemente ispirati dall’organismo comunitario dell’orchestra, ed è grazie a questa fiducia che accolgono l’errore come un’opportunità per migliorare il gruppo, senza ricorrere ad alcuna cultura della colpa e del giudizio individuale.

Capire questo, significa capire la caratteristica principale e la forza unica del popolo venezuelano, ovvero quella pasiòn liberadora di bolivariana memoria che storicamente gli ha consentito di emanciparsi dalle catene del colonialismo spagnolo, affermando la propria identità sovrana con la fierezza che ancora oggi esplode nei colori delle giubbe con la bandiera venezuelana indossate dai giovani musicisti. Un sentimento potente, che ha forgiato la forma costituzionale stessa dello Stato venezuelano. Con la costituzione bolivariana del 1999 infatti, il sistema venezuelano individua la separazione di ben cinque poteri: quello esecutivo, esercitato dal Presidente e dal governo; quello legislativo, esercitato dal Parlamento monocamerale, cioè l’Assemblea Nazionale; quello giudiziario, attraverso il Tribunale Supremo di Giustizia; il potere cittadino, attraverso il Consiglio della Repubblica, che adempie alla funzione di strumento di controllo popolare e pubblico degli atti istituzionali e amministrativi; e il potere elettorale, attraverso il Consiglio Nazionale Elettorale, che regola i processi elettorali con cui si pronuncia la volontà popolare. Questi ultimi due poteri assieme costituiscono quello che i venezuelani stessi definiscono il “potere del popolo”, ovvero il canale di espressione più autentica di quel sentimento originario di autodeterminazione a cui facevamo riferimento prima. Una forma di democrazia presidenziale abbastanza singolare quindi, a cui noi europei non siamo affatto abituati a pensare. Ma su questi argomenti tornerò più diffusamente nella seconda parte.

Ora parliamo di Rock n’roll (si, lo so che aspettavate un po’ di salsa e merengue, ma temo che dobbiate tenere a freno la piña colada che è in voi ancora per un po’).

Mentre il mondo anglofono faceva il bello e il cattivo tempo da Elvis ai Beatles, tra gli anni ‘50 e ‘60 anche in Venezuela il rock n’roll muoveva i suoi primi passi. Tra le prime band, Los Impalas, originari di Maracaibo, i quali sono stati anche la prima band sudamericana a travalicare i confini continentali spendendo gran parte della propria carriera in Spagna. Tra gli altri, Los Holidays, Los Darts, Los Supersonicos, tutte band che pur seguendo gli stilemi britannici adottarono sin da subito il canto in lingua spagnola. Dobbiamo invece ai Los Cuatro Monedas l’introduzione in Venezuela di dolcissimi ritmi giamaicani, reggae e ska.

In questo periodo Marcos Pérez Jiménez spodestando con un golpe militare il primo presidente eletto democraticamente, lo scrittore Romùlo Gallegos, per Acciòn Democratica (AD), il vecchio partito socialdemocratico di Betancourt, favorì una massiccia immigrazione dall’Europa, soprattutto italiana. Questo fenomeno determinò nel giro di un decennio una profonda trasformazione del tessuto economico, demografico e sociale.

Negli anni ‘70 e ‘80 si svilupparono anche movimenti prog rock, hard rock e heavy metal, tra gli artisti più influenti in questo campo c’è Paul Gillman, una figura nota in Venezuela e non solo, per il suo incondizionato supporto alla causa chavista. In questi ultimi mesi è stato anche protagonista di una polemica circa la sua espulsione dal cartellone del Rock en Parque, il festival rock gratuito più grande del continente che si tiene dal 1995 a Bogotà, in Colombia.

Pare che sui media locali Julio Correal, imprenditore nonché uno dei fondatori del festival, abbia imbastito una campagna denigratoria volta a scalzare l’artista venezuelano dalla line up. La ragione addotta da Correal riguarda la preoccupazione dovuta al fatto che l’aperto sostegno di Gillman all’“ordinamento chavista” avrebbe compromesso il corretto svolgimento della manifestazione, e trasformato l’evento in un palcoscenico politico. Eppure al Rock en Parque non sono mancate negli anni partecipazioni controverse, come quella della band punk hardcore spagnola KOP, il cui frontman fu condannato a cinque anni di reclusione per aver collaborato con l’ETA.

Dagli anni ‘60 fino al 1998 la vita politica del paese si distingue per un’alternanza bipartitica fra AD e il partito democristiano COPEI. Nel 1973 sotto Carlos Andres Perez, il Venezuela conobbe uno sviluppo economico dovuto all’ingresso di grandi capitali stranieri, soprattutto statunitensi, un periodo noto con il termine di “Venezuela Saudita”, per via dell’embargo arabo dei paesi dell’OPEC (Organization of the Petroleum Exporting Countries) sul greggio, dovuto alla crisi aperta dalla Guerra del Kippur. La disoccupazione diminuì vertiginosamente e vennero nazionalizzate le industrie di alluminio, acciaio e petrolio, così nacque nel 1976 la Petroleos de Venezuela (PDVSA).

Ma fu un fuoco fatuo, gli anni ‘70 furono per tutta l’America Latina soprattutto un periodo ricco di tragiche tensioni economiche e politiche. La crisi cilena che culminerà col colpo di stato di Pinochet, non fu un episodio isolato, ben presto l’intero Sudamerica si trasformò in un’enorme dittatura militare conducendo da una parte, a una radicalizzazione della guerriglia socialista e comunista, e dall’altra alle atrocità patrocinate dagli States con l’Operazione Condor, promossa dalla CIA in appoggio delle dittature militari al fine di mantenere il controllo sull’intera regione, in cooperazione con i servizi segreti locali e gruppi a carattere squadrista, come la Tripla A argentina e la cilena Patria y Libertad. Il bilancio di questi anni che viene fuori dai cosiddetti “archivi del terrore” rinvenuti nel 1992 dal giudice José Augustín Fernández in una stazione di polizia della città paraguaiana di Asunciòn, racconta di un’ecatombe, circa 50.000 persone assassinate, 30.000 desaparecidos e oltre 400.000 persone detenute, e acclarò inoltre la partecipazione in questa operazione di repressione sanguinosa anche dei servizi venezuelani.

È dunque con la crisi petrolifera che si dà il la al montare dell’inflazione, legata fino alla fine degli anni ‘80 ad una sostanziale stagnazione della crescita economica, è quel fenomeno che va sotto il nome di stagflazione, e si verifica cioè quando un paese vive un periodo di stagnazione, ma ha bisogno di un prodotto primario, di cui non può fare a meno, importato da un altro paese. Un fenomeno sperimentato soprattutto negli States e nell’Inghilterra della Thatcher. Non stupisce quindi, in quest’ottica l’esigenza statunitense di controllare la regione del latinoamerica, soprattutto in quegli anni di debolezza internazionale dovuta al Watergate e alla sconfitta in Vietnam, che spingeranno poi l’Unione Sovietica a rompere i rapporti di equilibrio stabiliti dalla conferenza di Jalta e intervenire massicciamente in Afghanistan.

Oltre alle risorse petrolifere l’intervento statunitense in America Latina comincia a preoccuparsi di controllare un’altra grande risorsa economica, vale a dire il narcotraffico. Questo sarà evidente massimamente riguardo l’ingerenza della DEA e della CIA nelle vicende interne ai cartelli della coca in Colombia. Come dimostra una recente ricerca dell’Università delle Ande di Bogotà, il traffico di stupefacenti arricchisce certamente le reti criminali, ma anche il sistema bancario statunitense ed europeo. Lo studio mostra come alle nazioni produttrici resti circa un 2,6%, mentre il restante 97,4% viene distribuito tra malavita e finanza europea e statunitense. Perché? Soprattutto per la facilità di riciclaggio del denaro favorita negli States da leggi sul segreto bancario non presenti invece in territorio colombiano. Questo aspetto genera come effetto paradossale il fatto che, una volta giunto nei paesi consumatori, il denaro entra nel sistema in maniera protetta, mentre si concentrano le operazioni di controllo sui pesci piccoli, anziché sui grossi sistemi finanziari all’interno dei quali si muovono gli affari. Così il costo umano ed economico della guerra tra i narcos è pagato in toto dalla società sudamericana, mentre i profitti sono fatti altrove.

E intanto in Venezuela cosa ci dice la musica di questo bel trambusto?

Verso la metà degli anni ‘80 viene registrato il primo disco blues in lingua spagnola dai Pastel de Gente, con un pezzo come El Blues del Perdedor (per chi conosce un po’ di spagnolo è interessante soffermarsi sulle liriche) considerato una pietra miliare per l’evoluzione del genere in Venezuela. Mentre dalla scena punk underground tra il 1987 e 1989 emergeranno band come Sentimiento Muerto di ispirazione new wave e Desorden Pùblico, questi ultimi destinati ad una carriera trentennale a suon di ritmi caraibici e ska irriverente: “Con el tetero de petróleo, lo único que crece es su círculo vicioso”.

Questi sono anche gli anni del caracazo, un nome sotto cui vanno i disordini e le violenze verificatesi a Caracas e nelle zone limitrofe durante il secondo governo di Carlos Andrès Perèz. Dopo il 1983 il Venezuela cominciò a perdere lo slancio economico accumulato nei primi anni ‘70, per cui la crisi incipiente portò ad una serie di misure di austerità imposte al Venezuela dal Fondo monetario internazionale. Gli scontri con le forze di polizia metropolitana e l’esercito nazionale furono particolarmente brutali e portarono secondo le fonti ufficiali a circa 300 morti, altre fonti ci parlano invece di circa 3500 vittime. Il governo di Perèz fu più volte tacciato di corruzione, è così che nel 1992, Hugo Chavez fa la sua comparsa sul palcoscenico politico venezuelano, alla guida di un gruppo di ufficiali del Movimento Bolivariano tentando un colpo di stato, che fallì (“por ahora”). Sarà nel 1993 che Perèz venne infine destituito dalla Corte Suprema del Venezuela per peculato doloso e malversazione.

Gli anni ‘90 e gli anni Zero per il rock venezuelano significano soprattutto Caramelos de Cianuro e Los Amigos Invisibiles, attivissimi ancora oggi, questi ultimi si distinguono per gli arrangiamenti funky raffinati dal profumo seventies e le atmosfere B-movie. All’indomani di anni duri, in cui l’agenda economica e politica veniva dettata in sudamerica dagli interessi statunitensi, il plebiscito di Chavez nelle elezioni del 1998 era esattamente quello che il popolo del Venezuela stava aspettando. Nel 1999 tramite referendum, il Venezuela si dotava di una nuova costituzione dando vita alla Repùblica bolivariana de Venezuela: comincia il ventennio chavista.

La visione politica di Chavez si caratterizzava per un profondo anti-imperialismo e anti-liberismo, dando vita ad un progetto socialista ispirato alle figure di Gramsci, Simon Bolivar e Allende (“a differenza di Allende, noi siamo armati”) in anni in cui in Europa parlare di socialismo significava rivolgersi a un guscio di noce marcio. Il bolivarismo è il tratto distintivo della filosofia non solo di Chavez, ma è stato ereditato da tutti quei leader sudamericani che hanno fatto della “militarizzazione” della lotta politica e della guerriglia l’unica inevitabile strategia in grado di parlare a quella pasiòn liberadora originaria, al sentimento primordiale di appartenenza india, come una sorta di reazione nei secoli a quella ingenuità bellica degli indios travolti dall’esercito colonizzatore spagnolo, in un bagno di sangue.

Eppure Chavez ha fatto della macchina democratica e del “potere popolare” così riconosciuto dalla costituzione bolivariana del ‘99 un tratto distintivo del suo linguaggio politico, tant’è vero che il più improbabile degli ammiratori, ovvero Jimmy Carter nel 2012 sentenziò che “il processo elettorale in Venezuela è uno di migliori al mondo”. Celeberrime furono anche le maratone televisive in cui Chavez parlava di storia e costituzione, in una sorta di scolarizzazione popolare, la qual cosa non risultava affatto agevole considerando che i media venezuelani erano – e sono – controllati al 90% da privati, ascrivibili sostanzialmente al fronte della sua opposizione politica. Un’abitudine che pare aver ereditato anche Maduro con una trasmissione che si chiama “Los Domingos con Maduro”, e che ho scoperto casualmente in una diretta Instagram (ebbene si!) sul canale ufficiale del presidente.

Quindi, per ricordarlo in breve, quello che Chavez mise sul piatto fu una politica sociale in grado di combattere drasticamente l’analfabetismo, la disoccupazione, la povertà, e di garantire un’assistenza sanitaria pubblica efficace, sul modello cubano, che ridusse il tasso di mortalità infantile e allungò le aspettative di vita media dei venezuelani. Come fu possibile finanziare queste misure? Soprattutto grazie agli introiti petroliferi. A tal proposito nel 2002 si aprì una controversia tra il governo e la dirigenza di PDVSA, proprio per l’utilizzo di una parte delle plusvalenze petrolifere per finanziare i sussidi sociali, questo condusse al primo di molti scioperi orditi dalla dirigenza aziendale e di lì a poco al golpe contro Chavez, durato poco più di 48 ore e rovesciato da una imponente sollevazione popolare.

Naturalmente l’uso del petrolio come principale strumento di controllo sugli interessi economico- politici internazionali e di sviluppo interno del paese, aprì a tutta una serie di insanabili contraddizioni di cui lo stesso Chavez era perfettamente consapevole.

Eccoci giunti agli anni contemporanei che si caratterizzano per una ricchissima spinta propulsiva nella produzione “indie”, grazie anche ad internet e alle nuove tecnologie. Difficile nominare tutte le nuove band venezuelane, tra queste: TLX un pop rock malinconico, con la passione shoegaze per i sintetizzatori anni ‘80 (si, anche in Venezuela c’è questa mania); Monsalve y Los Forajidos dal sound volitivo, tra free-jazz, ritmi afro-caraibici e rock; Tomates Fritos che dicono di se stessi “somos una banda guitarrera, indie, que creemos muchísimo en la canción como elemento principal, rock en español y el pop rock”.

Sulla ribalta delle cronache degli ultimi tempi e in cima alle pop charts venezuelane c’è Nacho, dell’ex duo Chino y Nacho, una sorta di Luis Fonsi in salsa venezuelana, portavoce influente, per la sua esposizione mediatica (non a caso), delle istanze dell’opposizione, protagonista di infinite shit storm via twitter indirizzate al presidente Maduro, e convinto sostenitore del leader simbolo dell’opposizione, cioè Leopoldo Lòpez, attualmente in carcere per istigazione al terrorismo e alla violenza.

Lòpez è un personaggio più che centrale nella strategia che si muove dietro i fatti che hanno portato all’attuale crisi in Venezuela. Figlio di una ricca e potente famiglia venezuelana, da parte di madre il suo pedigree familiare ha espresso numerose cariche politiche nel corso degli anni, come limpida testimonianza di quella tradizione oligarchica propria del vecchio establishment politico-economico del paese. Si è formato come economista negli States, studiando al Kenyon College e alla Kennedy School of Government di Harvard, i quali istituti hanno goduto nel tempo di più di qualche legame con la CIA.

La madre, Antonieta Mendoza è stata vicepresidente del grande gruppo privato specializzato in telecomunicazioni Cisneros, che attraverso la più influente rete televisiva venezuelana Venevision, è stato il principale sostenitore del colpo di stato promosso per rovesciare Chavez nel 2002. Il padre è stato caporedattore presso il quotidiano El Nacional, il cui attuale direttore Miguel Henrique Otero, ha fondato il Movimento 2D, che ha sostenuto la coalizione di opposizione Mesa de Unidad Democratica (MUD) alle ultime elezioni. Lòpez padre è inoltre protagonista assieme al suo rampollo, di una indagine condotta dall’Interpol sul riciclaggio di una somma di circa 111 mila dollari, depositati su un conto svizzero e diretti a Singapore.

Nel 1996, tornato in Venezuela, Lòpez cominciò a lavorare in PDVSA, nello studio di José Toro Hardy, uno dei principali promotori della de-nazionalizazzione petrolifera. Nel 1998, grazie al sostegno della madre che ricopriva all’epoca un ruolo manageriale in PDVSA, riuscì ad ottenere una donazione di circa 60 milioni di bolìvares, destinata ad un’associazione civile che faceva capo direttamente al partito Primera Justicia, di cui Lòpez e Julio Borges furono fondatori. Mentre nello stesso anno Chavez vinceva le elezioni. Questa vicenda di conflitto d’interesse inoltre, interdì Lòpez dalla candidatura alle elezioni del 2008.

Dal 2000 fino al 2008 fu sindaco della municipalità di Chacao a Caracas, ed è da questa posizione che comincia la sua battaglia politica contro Chavez. Nel 2002 era in testa alla marcia dell’opposizione verso Palazzo Miraflores, che portò al golpe e alla detenzione di Chavez e del suo ministro dell’interno Ramòn Rodrìguez Chacìn, e orchestrò l’utilizzo della sua forza di polizia municipale per seminare caos nelle strade di Caracas. Continuò la sua strategia sostenendo nel 2004 le rivolte per le strade di Chacao, note come guarimbas, e gli scioperi di PDVSA.

Nel 2014, poco dopo la morte di Chavez e le elezioni vinte da Maduro, Lòpez interpreta ancora un ruolo sibillino nel continuo incitamento alla rivolta, scatenando focolai violenti in varie città del paese, soprattutto a Caracas, nei quartieri ricchi. Le proteste portarono a circa 43 morti e più di 800 feriti. Per queste vicende sconta una pena di 13 anni.

Dunque, abbandonata la via golpista dei primi Duemila – per la quale beneficiò di un’amnistia nel 2007 – Lòpez intuisce che la strategia comunicativa migliore per cavalcare l’onda di malessere generata dalla crisi economica, e di violenza che egli stesso aveva contribuito a generare, è quella di presentarsi come una sorta di paladino della non-violenza e del diritto umanitario. Una continua teatralizzazione mediatica costruita sulla pelle dei venezuelani che negli scontri degli ultimi anni hanno perso la vita, e a cui la maggior parte dell’opinione pubblica mondiale abbocca. Un’applicazione talmente puntuale della retorica “della libertà e della democrazia” americana, funzionale poi all’intervento militare, come la storia ci ha insegnato in Medioriente, che non può non insospettire.

Nel rimandarvi alla seconda parte, questa volta senza il beneficio della musica, vi lascio con un’ultima nota di colore: la polemica tra Luis Fonsi e Nicolàs Maduro. Pare che il presidente abbia usato lo scorso luglio la musica di Despacito, con un testo pensato ad hoc per ironizzare sulle mire cospirative dell’opposizione e invitare alla Costituente.
Ma Fonsi non ci sta, e grida all’ “espropriazione”…

Realtà illustrata | Bologna Children’s Book Fair

C’era una volta, tanto tanto tempo fa, nella città Tortellino, una ragazza buffa con una strana cicatrice sul mento. Dicevano che veniva dal mare, parlava un’altra lingua, però sapeva amare. Cercava una fiera fantastica e assai misteriosa, capace di dir storie alla gente più chiusa.

Okay, suppongo di aver reso l’idea.

La scorsa settimana sono stata a Bologna, e un animale curioso l’ho trovato per davvero: la bellissima chimera dalle africane ed esopiche memorie, nata dal lavoro combinato tra il design di Chilab e l’illustrazione di Davide Castellano, scelta per rappresentare l’identità visiva di questa 54° edizione della Bologna Children’s Book Fair.  A testimonianza di quello che è non solo un importante appuntamento internazionale per lo scambio di copyright, bensì un luogo “multiforme, cangiante, dinamico ed eclettico, ricchissimo di contenuti, incontri e racconti”.

La Bologna primaverile è una città chioccia, tiepida e accogliente, molto diversa dalla Bologna estiva che ho conosciuto in occasione di qualche concerto, sorda e un po’ zanzara. Girare per le strade del centro è una gentile conseguenza e viene semplice come nuotare in un’enorme vasca di liquido amniotico.

Dopo qualche bracciata guadagno il mio pied-à-terre in una strada che porta il nome di un profeta ebreo, Isaia. E devo constatare che è piena zeppa di svastiche, croci celtiche e scritte tremolanti,  inneggianti alle solite idiozie in latino ma interrotte di tanto in tanto da qualche exploit mucciniano di pregio del tipo: “A morte le zecche dimmerda!”.

Naturalmente, non posso fare a meno, per quanto mi sforzi di non farlo, di immaginare un Calcutta-Gianburrasca armato di uniposca nero, quale autore di questi messaggi marachella, composti per attirare l’attenzione altrui.

Nei giorni dedicati alla fiera, Bologna si riempie davvero di persone provenienti da tutto il mondo che lavorano nel settore dell’editoria per ragazzi, ma anche insegnanti, educatori, librai, illustratori, e non c’è niente di più bello che vederle cooperare e confrontarsi.

È talmente bello, che quasi mi dimentico che c’è la guerra ovunque, così mentre riposo le gambe tra un padiglione e l’altro, durante il primo giorno di fiera, bliiing! Eccolo che rintocca sinistro il mio smartphone: c’è appena stato un attentato nella metro di San Pietroburgo. La tentazione di cedere allo sconforto si impossessa del mio stomaco, eppure, mi dico, non può andare così. Se mi arrendo all’idea della violenza, ovvero della sua normalità, allora abbiamo già perso. Così mi scorcio le maniche, carico i piedi per terra, e rifaccio i padiglioni avanti e indietro, avanti e indietro, per riempire la testa di qualcosa di bello. E se è vero che pensare significa seguire una linea magica, come diceva qualcuno, allora non c’è posto migliore di questo per provarlo.

Per cui vi racconto quello che ho visto, e cosa è stata soprattutto questa Bologna Children’s Book Fair 2017.

Innanzitutto la rappresentanza di un numero di Paesi sempre maggiore, rispetto all’edizione dello scorso anno tra i nuovi paesi presenti in fiera troviamo: Albania, Andorra, Ecuador, Islanda, Costa d’Avorio, Myanmar, Nepal, Pakistan, Perù.

Alle nuove realtà editoriali emergenti è inoltre dedicata una categoria specifica del BolognaRagazzi Award: New Horizons. La sezione raccoglie circa cento opere provenienti da Cile, Indonesia, Libano, Emirati, etc. e ha premiato quest’anno la Colombia con La Mujer de la Guarda, testi di Sara Bertrand e illustrazioni di Alejandra Acosta, per Babel Libros.

Ospiti d’Onore della fiera sono state la Catalogna e le Isole Baleari, un territorio che vanta una tradizione secolare di case editrici specializzate in libri per bambini e ragazzi, che risale addirittura al Quattrocento con le Publicacions de l’Abadia de Montserrat. Nel corso dei secoli questa tradizione si è mantenuta in buona salute, trovando sostanziale nutrimento anche nella qualità dell’illustrazione, che si ritaglia un ruolo di spicco nello scenario mondiale.

Allo scopo di condividere con tutti questa feconda e virtuosa realtà l’Institut Ramon Llull ha organizzato la mostra Sharing a Future: Books in Catalan, curata da Paula Jarrin, che ha ospitato ben 42 illustratori provenienti dalla Catalogna, le Isole Baleari e Valencia.

A proposito di Illustrazione, la Mostra degli Illustratori  rappresenta certamente una delle punte di diamante della Fiera di Bologna. Nata nel 1967, la Mostra lo scorso anno ha compiuto 50 anni, e la nuova edizione sarà in giro per il mondo con tappe in Giappone, Stati Uniti, Taiwan e Cina.

Quest’anno per la prima volta, la Mostra viene presentata al pubblico in originale, con cinque tavole per ognuno dei 75 illustratori selezionati e provenienti da circa 26 paesi diversi.

Dal 2009 Bologna Children’s Book Fair e Fundaciòn SM hanno istituito il Premio Internazionale d’Illustrazione rivolto agli artisti under 35 già selezionati per la Mostra, che prevede un compenso di 30 mila dollari, volto a sostenere in un anno la creazione di un albo da lanciare sul mercato mondiale,  proprio con le edizioni SM. Le tavole originali del libro verranno poi presentate in una personale dedicata durante prossima edizione della fiera, quest’anno ad esempio, si è potuto ammirare il lavoro del vincitore 2016, il messicano Juan Palomino, con le opere del libro Antes del primer dìa, mentre il vincitore 2017 è lo spagnolo Manuel Marsol.

Illustrazione di Manuel Marsol

Oltre alla Mostra, c’è poi l’altrettanto celebre Muro, una parete libera che durante i giorni di fiera viene riempito da artwork, biglietti da visita, proposte, così da diventare una vetrina illustrata da cui spesso nascono incontri e occasioni professionali. Per questa edizione della Fiera nasce anche The Illustrators Survival Corner, pensato come luogo di confronto e crescita tra giovani esordienti e professionisti, con ricchi appuntamenti giornalieri, tra masterclass, incontri con artisti internazionali, e portfolio reviews.

Bene, eccoci giunti al momento in cui vi annoierò.

La storia dell’illustrazione è la storia stessa della scrittura e del libro. Gli egizi disegnavano immagini religiose sui papiri, in età romana si disegnava su rotoli di pergamena fatti con pellame conciato; fino al medioevo, quando l’invenzione del codice, cioè del libro rilegato, facilitò la lettura e aprì nuovi orizzonti tecnici con la miniatura. Con la secolarizzazione questa tecnica, dapprima utilizzata solo all’interno dei monasteri a beneficio dei testi sacri, cominciò ad essere adoperata anche all’interno di erbari, carte da gioco e opere scolastiche. Sarà poi l’introduzione della carta, che arrivò in Europa dalla Cina, grazie agli arabi, nel XI secolo, e della stampa nel XV secolo, a permettere un abbassamento dei costi, un ampliamento del mercato del libro e lo sviluppo di nuove tecniche, quali la xilografia e l’incisione su rame. Durante il XVI secolo uso dell’illustrazione furoreggiava tanto nei testi religiosi (le cosiddette Bibbie dei poveri), quanto in quelli destinati ad un mercato privato, per poi conoscere un momento di declino nei secoli successivi. Nel Seicento le prime gazzette utilizzavano illustrazioni a stampa per un pubblico solitamente adulto. Sarà nell’Ottocento, con il romanticismo, che l’illustrazione trovò nuovo slancio, sia nei libri per gli adulti che per l’infanzia. Di qui è una cascata costante di invenzioni e tecniche raffinate, dallo stile vittoriano inglese, alla fotografia, passando per l’applicazione in campo pubblicitario con il manifesto illustrato, fino alle più contemporanee tecniche digitali.

Primi vagiti illustrativi in epoca egizia

Questo breve bignami sull’evoluzione dell’illustrazione in un legame siamese con la scrittura, presta il fianco per fare alcune considerazioni. Anzitutto la doppia autorialità, quella dell’illustrazione e quella della scrittura (non necessariamente interpretata da due persone diverse), che funzionano indipendentemente, ciascuna con le proprie forme e la propria metrica. Queste autorialità tuttavia, si sommano, producendo più strati narrativi, i quali probabilmente generano tempi diversi, contemporaneamente, all’interno stesso del linguaggio, inteso come possibilità stessa di scrittura e illustrazione, cioè della nostra stessa facoltà cognitiva ed emotiva. Come fosse una provetta da laboratorio, con gli elementi più pesanti che vanno giù a fondo, e quelli più leggeri che galleggiano in superficie.

Questo aspetto mi fa pensare all’artigianalità stessa del pensiero umano e del linguaggio, non solo in forma di scrittura o illustrazione, ma complessivamente, nella sua funzione, quindi anche alle sue prospettive di riproduzione. E credo che questa qualità del linguaggio trovi una sua buona esemplificazione visiva proprio nella letteratura per l’infanzia.

La seconda considerazione riguarda le possibilità del digitale e della realtà aumentata, che più che una considerazione è una domanda aperta: quali possono essere le modalità in cui questa esperienza possa arricchire l’artigianalità del linguaggio di cui parlavo prima, senza ridurne la profondità e la pluralità dell’esperienza cognitiva ed emotiva. Questa è una domanda che mi pongo senza l’ombra di una pedanteria orto-luddista, ma soprattutto a valle di un’osservazione fatta direttamente, su alcuni bambini tra i 7 e i 10 anni, durante la mia attività di doposcuola (che tutti sanno essere un prestigioso laboratorio scientifico). Tra questi bambini, ho potuto notare che quelli che avevano un’esposizione importante, o poco mediata da un adulto, a contenuti digitali o di app che utilizzano la realtà aumentata (per tacere dell’uso dei social network), una forte difficoltà, nella lettura di un testo fantastico, a distinguere tra realtà ed elemento di fantasia, tra il sé reale e il sé virtuale. Naturalmente questa è solo la mia esperienza.

Vedremo come andrà a finire.

Ritornando alla Fiera, il mondo del digitale è rappresentato con due premi il Digital Award, vinto da due app, una francese: Oh! una americana, sviluppata da Google: Toontastic 3D, e un premio dedicato alla realtà aumentata, vinto dalla Danimarca con Mur, una forma ibrida tra app e libro.

Gli altri vincitori degli Awards della Fiera sono, per la categoria Fiction, A Child of Books, di Oliver Jeffers e Sam Winston, per Walker Books Ltd, Inghilterra. Un libro che unisce tipografia e disegno a mano libera per esplorare e celebrare la ricchissima storia dei libri per bambini e il potere delle storie. Per la categoria Non Fiction, The Wolves of Currumpaw, di William Grill, per Flying Eye Books, Inghilterra, che riprende invece un tema classico della narrativa americana, ambientato negli sconfinati spazi aperti del Nuovo Messico e nella New York in rapida espansione della fine del XIX secolo. Infine, per la categoria Opera Prima, ancora l’Inghilterra con The Museum of Me, di Emma Lewis, per Tate Publishing. Un libro che oltre a esplorare un’idea più tradizionale di museo,  induce a considerare il sé, come un luogo pieno di cose interessanti, stimolando i lettori a guardarsi intorno, e prestare attenzione a quello che gli oggetti raccontano della loro storia.

Ma veniamo ad una panoramica generale sui temi più caldi tra le novità italiane. Sicuramente scalano la classifica i lavori sulla parità e l’identità di genere, sulle donne nella scienza, e in generale biografie di grandi donne. Tra questi un libro che ha fatto parlare molto di sè Storie della buonanotte per bambine ribelli, di Elena Favilli e Francesca Cavallo, per Mondadori, per raccontare con piccole storie cento donne di oggi e di ieri che hanno sfidato le convenzioni e realizzato i loro sogni.

C’è poi Una stanza tutta per me, con una Virginia Wolf alle prese con un ragno e la conquista della sua libertà d’espressione, in prossima uscita per Settenove, una piccola casa editrice che si distingue per l’attenzione alle tematiche relative alle questioni di genere. Editoriale Scienza pubblica con la firma di Chiara Carminati la storia di una delle più grandi oceanografe mondiali, La signora degli abissi, Sylvia Earle si racconta, nella loro bellissima collana Donne nella scienza.

Tantissimi anche i libri che affrontano il tema della famiglia plurale.

In Un amore di famiglia di Jerome Ruiller, edito da La Margherita Edizioni, si ripercorre l’immaginario di Piccolo blu e piccolo giallo, di Leo Lionni, si parla di una storia d’amore e della sua fine, ma anche dell’inizio di una nuova vita possibile, della nascita di tante famiglie nuove intrecciate ed allargate.

Sul tema delle migrazioni contemporanee a distinguersi sono gli stranieri, tra cui il francese Planète Migrants di Sophie Lamoreux e Amèlie Fontaine, un complesso libro di divulgazione in cui il fenomeno delle migrazioni viene ricollocato in un lungo andirivieni di popoli che ha caratterizzato la storia dell’umanità, con un taglio analitico e interrogativo sui numeri eclatanti, le molteplici motivazioni, e le domande che ne conseguono.

Ci sarebbe da fare un intero abecedario, tra i libri dedicati agli animali, all’arte e all’ecologia, ma mi fermo qui.

Per ora basta andare a dormire sereni, con buone notizie da parte del rapporto sullo stato dell’editoria in Italia nel 2016, a cura dell’Ufficio Studi dell’Associazione Italiana Editori (AIE), che evidenzia un ritorno, per quanto contenuto, ai segni più.

The American Nightmare

8 Novembre, mattina

A: «Zizek sarà contento.»

C: «Anche io, contento.»

A sta scrivendo…

Sale il caffè

A: «Io no.
Cioè, adesso sono curioso, ma credo onestamente che la sola cosa che avverrà, consisterà in un sensibile (ma chi lo sa quanto? io no) peggioramento delle condizioni di vita delle fasce meno forti della popolazione americana. Nel senso che razzismo e idiozia avranno gioco sicuramente più facile di quanto ne avessero prima.»

C: «Secondo me, al netto dell’endrosment per Trump, la posizione di Zizek ha valore nella sua previsione di ciò che avverrà.»

Faccio colazione, e mentre leggo i miei amici A. e C. scambiarsi le loro prime impressioni sul voto americano, me li immagino spingere i tastini degli smartphone con cui mi scrivono, dalle rispettive tazze del cesso: una a poche manciate di chilometri da casa mia, e l’altra, nella città universitaria di ****, in ******, dove C. studia e lavora al dipartimento di Storia.
A. e C. infatti, sono legati da problemi assai simili nel tratto intestinale, oltre che dall’anno di nascita che li approssima all’età di Cristo. Oltre che da una, tutto sommato godibile, dose di vanità e sarcasmo.
Con me condividono la frequenza dello stesso asilo “L’ippocampo”. Due piani di moquette verde, ricavati all’interno di un lido della nostra città con la sabbia nera e piena di carcasse di gabbiani, che non era poi così male, non fosse stato per la pasta asciutta, troppo asciutta, e i 15 punti di sutura sulla testa.

C: «Questo è l’articolo
Slavoj Zizek On Clinton, Trump and the Left’s dilemma
To paraphrase Stalin: They’re both worse.»

C sta scrivendo…

C: «e comunque questa è la grande sconfitta “dell’intersezionalità-liberal e multiculturale”.
La working-class vota per difendere il salario.»

C. lo incontravo sempre durante le manifestazioni al liceo, vestiva di nero e portava una keffiah, i capelli scuri sulle spalle, rideva sempre.
Erano gli anni zero, gli anni delle proteste per la legge Biagi, del G8 di Genova, del No Global, dell’11 Settembre, della Guerra in Iraq e Afganistan.
Adesso porta una montatura di osso e sta provando a diventare vegano, anche se la sua più stringente preoccupazione al momento consiste nel riuscire a recuperare delle anfetamine, per provare a concentrarsi e completare i paper a cui sta lavorando.
Questa estate è stato nel West-bank a studiare, mi ha raccontato di aver pomiciato con un’americana dalle unghie lunghissime, come quelle di Florence Griffih-Joyner e Yolanda Gail Devers.

A: «E in che misura Trump garantisce ciò?»

C: «In NESSUNA!
Ma ha parlato a quelle necessità. I colletti blu hanno votato Trump in massa.
L’establishment ha votato Hillary.»

A sta scrivendo…

A: «Vabbè, premesso che non mi convince proprio sta lettura così netta…Non è che
l’Ohio sono i contadini e la California l’establishment.
Ma cosa conduce l’operaio a pensare che Trump gli protegga il salario?
Il muro al confine col Messico?
Perchè a quanto pare l’operaio californiano ha votato Hillary.»

C: «Io sto dicendo che la classe operaia, nonostante tutto, pensa a proteggere il salario, e se  ne fotte dell’omofobia, della misoginia e del razzismo.»

rust

Quello che A. non ha considerato è la Rust Belt, la fabbrica arrugginita d’America, nella zona dei Grandi Laghi, il Midwest e la sue trasformazioni urbane, economiche e sociali che sono il tessuto connettivo dal quale è venuto fuori il caso Ferguson, il caso capitano di una nuova ondata di omicidi da parte delle forze di polizia a sfondo razzista.
Il profondo decadimento urbano ed economico conseguito alla de-industrializzazione ha dato luogo alla nascita del suburbio dove nel corso degli anni si è rannidata la minoranza bianca a medio-basso reddito, e degli hyper-ghetto a maggioranza nera, producendo un’asprissima tensione sociale.
Quello che A. non ha considerato è la cosiddetta, spregiativamente, white trash. Cioè quella fetta di working-class del Midwest composta da bianchi, che si caratterizza per un certo risentimento razziale, un basso livello d’istruzione e un totale disinteresse per i vessilli culturali della sinistra. Sed working-class.

«Io sto dicendo che la classe operaia, nonostante tutto, pensa a proteggere il salario, e se ne fotte dell’omofobia, della misoginia, e del razzismo.»

Molte sono state a sinistra le voci che si sono levate a profetizzare in qualche modo, questa contraddizione scomoda per l’establishment neoliberal che Hillary Clinton incarna.
Il documentarista Micheal Moore, per esempio, di smaccata fede democratica, pur invitando a votare comunque per la Clinton, con “il naso turato”, aveva colto in un post del suo blog, antecedente al voto, esattamente il punto che ha portato Donald Trump a vincere le elezioni presidenziali americane, e a sviluppare un’aura da improbabile Robin Hood palazzinaro.
Moore osserva come Trump abbia archiviato la vittoria negli stati chiave della Rust Belt nel momento esatto in cui ha parlato di come il NAFTA, sostenuto dalla Clinton, abbia contribuito a distruggere gli stati industriali dell’Upper Midwest. E ancora (immaginate la scena), quando all’ombra di una fabbrica Ford nel Michigan ha arringato la folla, dicendo che se la corporation avesse delocalizzato in Messico, avrebbe imposto un’accisa del 35% su ogni macchina costruita in Messico e rispedita negli Stati Uniti. Va da sé allora che, per dirla con Moore: “it was sweet sweet music to the ears of the working class of Michigan”.

C sta scrivendo…

C: «Come dice Zizek, scoprendo l’acqua fredda, bisogna smetterla con questa retorica del  “we are all the same” (che tiene assieme il centro-sinistra, n.d.a). Io sto parlando di un discorso pubblico, non credo in alcun modo che la classe operaia possa beneficiare di questa situazione.»

A: «Onestamente, la mia sensazione è che tutto questo abbia poco a che fare con la
struttura, e molto con la sovrastruttura.»

C: «Si, si. Anche io sto parlando di sovrastruttura.
Anche perché il sistema rappresentativo americano è solo sovrastruttura.»

Slavoj Zizek, come molti altri, ha letto la vicenda in una prospettiva, mi viene da dire, romanticamente marxista. Vale a dire, dal momento che entrambi i candidati sono il “male peggiore”, di fronte a questa non-scelta, l’unica possibilità possibile consiste nell’agire strategicamente, e scegliere il candidato la cui vittoria possa favorire a lunga gittata la realizzazione del progetto di emancipazione radicale della sinistra.

“« E in che misura Trump garantisce ciò?»”

Naturalmente il punto non è votare per Trump, che Zizek stesso definisce un volgare opportunista nonché bancarottiere esperto. Né tanto meno (ci mancherebbe altro!) battezzare Trump come il nuovo Saint-Simon.
Piuttosto si tratta di usare la mostruosità di Trump per obbligare la Sinistra ad una radicale riorganizzazione: se Obama allo slogan trumpiano risponde che l’America è già grande, mortificando il malessere delle classi più basse, nonché le minoranze stesse, allora abbiamo un problema. Se il liberalismo democratico all’apice della sua parabola, dopo un presidente nero, formula come miglior candidato una wasp guerrafondaia e snob che si fa interprete degli interessi di Wall Street, delle lobby sanitarie e informatiche, e che perde le roccaforti democratiche del Wisconsin, del Michigan e della Pennsylvania, allora abbiamo un problema.
Se la sinistra (liberale) invece di derubricare l’elettore di bassa estrazione sociale e poco emancipato culturalmente come white trash, ricominciasse a parlare a quelle necessità, e le strappasse al bacino delle destre populiste; e se, invece di specchiarsi nella acque narcise del diritto individuale imborghesito e degli interessi economico-politici dell’establishment, si ricominciasse a parlare di diritti sociali popolari, allora, e solo allora finalmente, qualcosa di vivo ricomincerà a scorrere nella vene, ed una nuova, vera, sinistra potrà ritornare forte.
Questo è un pensiero che possiamo usare per interpretare anche le vicende di casa nostra, in Europa, dove il voto Brexit ha avuto una genesi molto simile. Oltre che ça va sans dire, per il nostro Referendum costituzionale del 4 Dicembre.

A: «Immaginare che la propria rinascita, possa essere determinata da qualsiasi mutamento, nella struttura nel mio avversario, è un’idea infelice.»

C: «Ma non è questo quello che intendo dire.»

C sta scrivendo…

C: «C’è poi la questione dell’augurarsi tutto il male possibile per gli USA, come per il Vaticano. Per cui ben vengano Trump e Ratzinger, invece che Obama e Francesco.
Se vuoi che un’istituzione scompaia, devi augurarti che abbia pessimi leader. Per tacere dell’imperialismo di Clinton.»

A sta scrivendo…

A: «Disaccordo al 100%. Questi discorsi non fanno per me, non mi interessano neanche. E’ irrilevante l’imperialismo di Hillary per me. Così come non penso che alcune istituzioni debbano scomparire.»

C: «Ho letto da qualche parte, ma non ricordo dove, una cosa tipo: “Dear liberals, this is not your defeat, you’re just looking at yourself in the mirror”»

A:«Ma veramente, penso ci siano molte idee di sinistra, e la mia penso sia molto diversa dalla tua. Io credo che Trump sia la risposta, perfettamente coerente, al desiderio di bestialità, brutalità e ignoranza che predomina ovunque.»

C: «Secondo me è anche la risposta (sbagliata) alla crisi liberista e culturalmente liberal. Continuare ad attaccare Trump su razzismo e misoginia, non sposta un voto. La sinistra deve parlare di lavoro e salario.»

A: «Comunque non bisogna dimenticare che gli Stati Uniti sono un paese senza maternità e ferie pagate, dove gli unici sindacati seri sono quelli di hollywood (ma in effetti la California fa storia a sé).»

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A. l’ho conosciuto nel 2000, e con lui avrei conosciuto anche la grande ouverture della mia adolescenza. Aveva un carattere esuberante che compensava bene la mia melanconìa cronica, e non si sentiva mai in colpa per niente, autorizzando così tutti coloro che gli stavano attorno ad una forsennata, per quanto salvifica, indolenza.
Io e A. parlavamo sempre di letteratura americana beat, che poi si sarebbe trasformata in post-moderna negli anni dell’università, di cinema, e di musica, soprattutto.
Il principio di cui si alimentavano questi dialoghi di formazione era la reciproca distruzione, nella più feroce e sanguinaria delle guerre fredde.
Non mi ha mai perdonato il fatto che non mi piacessero i Pearl Jam.

All’improvviso un climax rivoluzionario

C: «Bravo. La sinistra liberal può solo perdere.»

A: «E’ chiaro che la congiuntura dovrebbe spingere i leader della sinistra ad abbandonare la moderazione, in favore di un furente estremismo.»

C: «“Whatever happens, it’s time to bury neoliberalism. We need genuine wealth + power redistribution, only a real left can fight fascism.” Naomi Klein »

Qualunque cosa accada, è tempo di seppellire l’indolenza.

A: «Giornata minima di 5 ore, e tetto massimo al reddito, 2500 euro massimo, 1800 euro minimo.»

C: «e redistribuzione della ricchezza creata dall’automazione. Punto fondamentale…»

C sta scrivendo…

C: «più automatizzi, più ti tasso.»

A: «e a seconda dei profitti che fai, tanto assumi.»

C: «più tasse sui profitti e meno sul lavoro.»

C sta scrivendo…

C: «Trump in questo è più a sinistra della Clinton, è un capitalista Old fashioned.»

In effetti, se l’Imperialismo è la categoria più stringente sulla quale fare un bilancio di queste elezioni americane, è chiaro che l’elezione della Clinton avrebbe condotto ad una rapidissima precipitazione dei fatti negli equilibri internazionali, verso quella che sarà (e in ogni caso, sarà) la Terza Guerra Mondiale. La presidenza Trump metterebbe invece in discussione l’unilateralismo USA/NATO, chiudendosi in una manovra protezionistica, e ritirando l’America dagli accordi TTIP.
Dall’altro lato, l’asse Russo-Cinese, che lavora già in senso strategico, militare, ed economico, e che raccoglie attorno a sé gli stati che principalmente subiscono la minaccia Usa, ovvero Siria e Iran.
Inoltre ci sono già state le prime esercitazioni militari navali congiunte, nel Pacifico.
Qui resta da capire come si muoverà Trump, se vorrà portare avanti il suo programma anti-cinese, cosa che credo si ridimensionerà molto.
Anche perché è difficile immaginare che la Russia resti a guardare.
E l’America le carte per giocarsi questa guerra non le ha, per come la vedo io.
Nel mezzo l’Europa, circondata dalla cintura di fuoco del Nord Africa e del Medio-Oriente, destabilizzata ad Est dalla crisi ucraina, dalle prepotenti ondate migratorie, oltre che dagli attacchi terroristici, è un calderone pronto per lo scoppio di una gigantesca guerra civile.

(Chi si ricorda il famoso “Fuck Europe!” della diplomatica statunitense Victoria Nuland? Ecco.)
Cosa deciderà di fare l’Europa?

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C: «Gramsci, “The old world is dying, and the new world struggled to be born: now is the time of monsters”»

Io: «Citi Gramsci in inglese? Ma perché!»

Dopo quindici minuti

Io: «C., Tu li fai i banana pancakes? Eh? Li fai? Come li fai?»

C sta scrivendo…

C: «Col culo.»

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Chi fermerà Sanremo?

Di come e perché la musica si salva da sola, se la si lascia fare

Nel mezzo dello scorso venerdì sera mi ritrovai in un oscuro locale napoletano, che la diretta della quarta serata di Sanremo, era smarrita. Si dà il caso che proprio lì vi abbia trovato un amico dalla comune ed estroversa curiosità per la nostra kermesse nazionale di musica leggera. Ora, ancora il caso (che i fatti suoi pare non se li faccia proprio mai) ha voluto che il suddetto amico avesse scritto per L’Indiependente qualche annetto fa – in era faziana, per intenderci – delle righe che centravano il punto su quello scollamento sempre più acuto tra autorialità, produzione e pubblico nello striminzito universo italico della subcultura musicale. Qui l’intero articolo che vi consiglio vivamente di leggere prima di proseguire.

Bene, a questo punto, io che non sono sorda ai petulanti richiami del caso, proverò alcune variazioni sul tema.

Dagli anni ‘60 fino agli anni ‘80 la nostra musica leggera e non, godeva di ottima salute, vantando autori, cantautori, interpreti, musicisti e parolieri estremamente prolifici e ispirati. In questo trentennio la subcultura e la cultura musicale italiana dialogano fra di loro producendo una sinergia pressoché perfetta tra il pubblico e il popolare, quest’ultimo inteso nella sua più nobile declinazione, cioè come spirito storico, o meglio come desiderio storico.

Mentre negli States degli anni ‘90 lo spirito storico smells like teen, e ci ricorda che nessuna rivoluzione si fa senza il fronte popolare, noi abbiamo assistito ad una dilatazione inesorabile della forbice pubblico/popolare. La prova più evidente di questa deriva ce la offre la visione che fuori stivale hanno della nostra musica leggera: ibernata ad un laconico Nel blu dipinto di blu.

Si dovrebbe tenere in conto, ad onor del vero, anche del fenomeno Pausini/ Ferro/ Sudamerica, Cutugno / Albano/ Russia, e via discorrendo, ma temo di non avere la forza di farlo adesso.

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Ora, che cosa succede nella nostra società dagli anni ‘60 ad oggi?

Quel che accade è una progressiva riduzione dell’analfabetismo e dunque un innalzamento medio dell’accesso ad un’istruzione superiore. A questa apertura pubblica culturale fa sponda la riproducibilità della musica tramite i compact disc prima, e con l’esplosione di Internet e i formati digitali poi. Insomma, il testimone passa nelle mani del fruitore finale, e il linguaggio fino a quel momento utilizzato dalla radio, dalla televisione, dalla discografia e dagli artisti stessi si frattura, non riuscendo a reagire al nuovo ordine.

Si apre allora un baratro di micro-mondi sempre più specializzati nella subcultura, cui si accompagna parallelamente nella cultura mainstream un impoverimento della qualità media cercando di tirare una coperta sempre più corta, e ancora, una musica cosidetta colta, che si fa i fatti suoi chiusa nei conservatori o nei teatri che contano, come a ribadire, noi sèmo noi e voi non siete n’cazzo.

Lo scollamento schizoide dei linguaggi estetici è il risultato di una forsennata rincorsa al cliente, dando vita dunque ad un’opera d’arte che è soprattutto prodotto, volatile ed effimero. (Se vi interessa approfondire una riflessione del genere, nel campo della letteratura e dell’editoria, qui troverete pane per i vostri denti). Mi fermo.

Torniamo a Sanremo, il nostro festival della canzone casca a fagiuolo nel nostro discorso, perché ci permette di tenere il polso dello stato delle cose. Dunque, accolto come postulato il mantra di Bartok secondo cui “le gare sono per i cavalli, non per i musicisti”, tanto nei Talent quanto in una manifestazione come Sanremo, la mancanza di un discorso d’insieme è in qualche modo smascherato dalla figura stessa del giudice, o del presentatore/patron, come livellatore di contenuti, attenendosi di fatto ad una logica obsoleta, implosa su se stessa. Potrei tirare in ballo Marx e il capitalismo, ma diventerebbe un campo minato assai difficile da superare, e poi non voglio annoiarvi.

Detto questo, veniamo al punto, perché non riusciamo ad approfittare di una manifestazione come Sanremo in qualità di atto scenico-performativo, cioè come teatro o cinema, vale a dire come dimensione in cui corpo e linguaggio (musicale, in questo caso) generano il movimento e sono votati alla costruzione di una narrazione che fonda nella sua ripetizione costitutiva la possibilità stessa di una ri-significazione. Manchiamo sistematicamente l’occasione per farlo.

La presenza stessa di un’orchestra sinfonica passa in secondo piano, ingombrante eppure impossibile da ignorare come un pachiderma dormiente. Gli arrangiamenti si riducono nella maggior parte dei casi ad un compito sciapo e fermo. Perché? Perché i linguaggi compositivi e produttivi si sono ridotti ad una ripetizione dell’identico, dov’è che il discorso estetico della nostra musica popolare ha dimenticato, per dirla con Deleuze, la sua differenza, il suo desiderio ?

Quando è che la nostra esperienza del popolare si è trasformata nella ripetizione di un discorso identitario nazionale, il cui unico scopo consiste nella rassicurazione della mediocrità, di un’italianità media da tenere in tasca, e dentro la quale nascondere tutte le nostre paure di popolo che ha perso il contatto con la storia, e che ha smesso di raccontarla, musicalmente e non. Lo stesso vale anche per le  singole derive regionali, naturalmente.

Per spiegarmi meglio prenderò a prestito delle parole scritte da Pasolini in Empirismo eretico riguardo la lingua italiana media, non vi spaventate: «Insomma, il discorso indiretto in una pagina scritta implica una incursione verso una lingua bassa, la koinè fortemente dialettizzata e i dialetti: si carica di materiali sublinguistici. Ma un tale materiale – e questo è il punto-  non vengono portati al livello di una lingua media, per essere quivi elaborati e oggettivati quali contributo all’italiano medio: no, essi attraversano la linea a serpentina, vengono portati nella zona alta o altissima, ed elaborati in funzione espressiva o espressionista». Contro il linguaggio dominante di una scrittura borghese tesse le lodi del discorso libero indiretto, vale a dire un discorso performativo in grado di produrre movimento di variazione a partire dalla sua ripetizione.

A questo punto riportando il discorso alla musica che è pur sempre una lingua, viene da se che un linguaggio vivo dovrebbe riuscire a produrre questi slittamenti tra la subcultura e la alta cultura, non congelandosi in un oggettivazione media ferma, bensì scoprendo in questa dimensione mediana la possibilità di una ri-significazione, di un linguaggio in movimento.

Da qui si potrebbe fare da una parte, una disanima della nostra incapacità scolastica, nei luoghi cioè di (ri)produzione del sapere, dei linguaggi, i famosi flauti delle medie evocati da Morricone, e la storia dell’arte prettamente figurativa studiata al liceo (quando si va bene). Dall’altra, l’iperframmentazione camuffata da specializzazione nella formazione alta che fallisce lo scopo principe della cultura, cioè ‘tenere insieme’. Come dicevo prima, con la progressiva apertura al sapere a partire dagli anni ‘60, fino alla prateria sconfinata dei linguaggi web, ci siamo trovati tra le mani le chiavi di una libertà di cui non abbiamo saputo cosa farcene, subendo paradossalmente una retorica consumistica cui il nostro stesso corpo, il nostro desiderio e il nostro linguaggio continuano a fare un’esperienza allucinata. Giacchè non di libertà si tratta se non accompagnata da un movimento verso un fronte di lotta che le è proprio, ma di una prigione, seppur dorata.

E’ cronaca di questi mesi il forte senso di spaesamento che la morte di grandi maestà della musica – BowieLemmyPaul deiJefferson Airplane – ha generato in tutto il mondo e anche qui nel nostro stivale. Vediamo i grandi artisti, la storia, morire e ci sentiamo perduti, facciamo le spese con la mancanza di un linguaggio capace di raccogliere il testimone, di ereditare.

Ed è qui che veniamo al nostro secondo punto: se per ereditare, come dei novelli Telemaco, dobbiamo essere orfani e dunque sperimentare una mancanza, il debito linguistico che ci lega al nostro passato non comporta mai la ripetizione dell’identità, bensì un movimento in avanti, l’esposizione ad un rischio.

In questo senso vale il discorso della musica colta che deve essere popolarizzata, e viceversa. Insomma si è sedimentata nel tempo l’opinione diffusa che in Italia siamo un branco di caproni, nostalgici del bel canto da un parte, esterofili fino al grottesco dall’altra, ma probabilmente il problema è che ci siamo assuefatti a del cibo di scarsa qualità, e che invece magari la soluzione al male ce la offre guarda un po’ lo stesso Sanremo, quando Conti porta Ezio Bosso sul palco dell’Ariston.

Che cosa succede? Quello che succede è finalmente il vero teatro, la magia della narrazione performativa. Bosso accende la catarsi del pubblico su di se, a mio avviso doppiando e infine spezzando la compassione pietosa verso il malato di SLA.

Il corpo malato e mancante del maestro Bosso acquisisce valore linguistico performativo, e diventa rivoluzionario nel momento in cui è ‘tenuto assieme’ dalla musica che esegue, riformandosi continuamente. Il pubblico sa che il corpo malato di Bosso è il suo stesso corpo, un corpo mortificato dal racconto nazionalpopolare pietoso e mediocre, e che tuttavia riesce a rovesciare.

Bosso, il bassista degli Statuto, Bosso il compositore classico, Bosso a Sanremo, riesce nell’impresa di tenere assieme i tre corpi, di impastare assieme la storia, generando un corpo vivo e rivoluzionario.

Se è vero che la musica, come la vita si fa assieme, allora per dio, cominciamo a parlarci.